WEEKEND CONTRO LE FRONTIERE 11-12 GENNAIO 2020

RICEVIAMO E DIFFONDIAMO DA https://www.facebook.com/NoCieTorino/?tn-str=k*F  :

SABATO 11 E DOMENICA 12 GENNAIO
🔥 WEEKEND CONTRO LE FRONTIERE E LE DEPORTAZIONI 🔥

🔴 SABATO 11 GENNAIO
➡️PRESIDIO SOTTO IL CPR di corso Brunelleschi.
Ritrovo ore 14.30 piazza castello. PORTA LA TUA BICICLETTA 🚲.
Ritrovo ore 16 sotto le mura del Cpr all’ angolo tra corso Brunelleschi e via Monginevro. In caso di pioggia, ritrovo ore 15 in piazza della repubblica, sotto i portici davanti all’edicola

🔴 DOMENICA 12 GENNAIO
➡️ GIORNATA IN FRONTIERA
Ritrovo ore 11 davanti alla chiesa di Claviere
Porta la tua slitta, pranzo al sacco condiviso

Le frontiere interne si moltiplicano e perfezionano. Retate. Telecamere a riconoscimento facciale, Daspo urbani, leggi securitarie.
I muri esterni non fanno che aumentare: frontiere economiche e sociali create per selezionare, controllare, sfruttare. Frontiere fatte di guardie, documenti, con un mare di denaro tutto europeo.
L’UE si fa sempre più fortezza, con muri esterni costruiti direttamente in Africa, e sistemi di selezione e deportazione sempre più sofisticati.
Intanto in Italia si aprono nuovi CPR, centri permanenti per il Rimpatrio. Prigioni Dove le ribellioni non si fermano mai. Due settimane fa il CPR di Bari è chiuso grazie alle fiamme date dai reclusi. A Torino le rivolte sono quotidiane. Ma il Decreto Minniti ha sancito la nascita di nuovi lager, e il 17 dicembre ha aperto il nuovo CPR di Gradisca. Poi sarà la volta del CPR di Macomer, in Sardegna. E si attendono i CPR di Milano e di Modena. Sempre l’11 gennaio ci sarà un corteo contro il nuovo cpr di Gradisca.

In Valsusa, alla frontiera franco-italiana, le persone senza il “buon documento” continuano a essere bloccate e perseguitare dalle varie polizie. Cacce all’uomo nella neve, controlli razzisti nelle città e sui mezzi di trasporto. Intanto quelle stesse montagne sono attraversate da migliaia di turisti per cui la frontiera non esiste.
Invisibilizzare, tacere e reprimere sono le parole chiave attorno alle quali si ritrovano le guardie e gli esponenti del turismo.
Rompiamo l’indifferenza di quelle piste!

Basta lager di Stato.
Per un mondo senza frontiere né autoritarismi.

https://www.facebook.com/events/457425381600044/?notif_t=plan_user_invited&notif_id=1578224747187939

Due o tre cose sulla detenzione: una pulce a Milena Gabanelli

Quest’articolo nasce da uno spunto accolto dopo il 3 novembre, all’apparizione sul Corriere di un articolo firmato da Milena Gabanelli e da Simona Ravazza per la rubrica Dataroom, dal titolo clickbait: “Carceri: perché il 70% dei detenuti torna a commettere reati“.

Il contenuto generale espresso dalle autrici ha suscitato il nostro imbarazzo a tal punto da trarne spunto per scrivere due righe a riguardo: infatti attraverso le proposte delle due giornaliste possiamo fare luce su alcune delle nuove forme di governo della popolazione, nello specifico di quella detentiva, non solo carceraria.

Con questo termine, forse altisonante, si considera la gestione del potere come un processo di distribuzione di flussi di vario genere – in questo caso di persone – che possono essere considerati di volta in volta come consumatori, forza lavoro, marginali, eccedenti, eccetera.

La detenzione, fenomeno che di questi tempi si espande a macchia d’olio, non può essere letta come un in sé, ma dev’essere considerata all’interno di queste dinamiche di flussi, dunque si configura con e in funzione delle altre istituzioni, leggi, spazi, dispositivi.

Un esempio concreto e di aiuto può essere immaginare la reclusione in cerchio con gli altri strumenti che lo Stato, tramite i tribunali, le questure o altri agenti, dispone per il ripristino dell’ordine: in elenco sparso le forme di allontanamento, DASPO urbani, misure restrittive cautelari, sorveglianza speciale, firme, multe, eccetera, ma anche i centri di permanenza e rimpatrio o le frontiere.

È evidente come nessuno di questi strumenti possa essersi formato separatamente: bensì è nelle zone di relazione tra le varie forme che vengono a formarsi con le loro somiglianze e differenze. Si tratta di una prassi generativa non solo – per così dire- sociologica, ma anche del diritto.

Questa premessa teorica non deve mandarci fuori di strada, poiché di fatto poi nessuno, in primis queste due giornaliste, concepisce la detenzione in maniera isolata: nel caso loro – vedremo più tardi come – abbiamo a che fare con un calco delle teorie marginaliste, dove ogni cosa (in questo caso prigioni, o meglio i detenuti) è concepita in termini di costi. Quindi il problema della recidività, opposto del reinserimento, è concepito nella mancanza di lavoro nelle carceri, che tra l’altro aumentano i costi pro capite che lo Stato affronta.

Isolati, nella pratica, sono solo i detenuti a prescindere dalla condanna, considerati meno di zero, così da mettere in ridicolo qualsiasi posizione anticarceraria, schiacciata dal letamaio politico e giornalistico dominante.

Quando si parla di posizioni contro il carcere, è bene distinguerle dalle retoriche umanitarie, che condividono l’assunto che “non ci sono soldi“, e che sono costrette nell’abito del volontarismo – che occultano forme di sfruttamento economico e disciplinamento come quelle proposte nell’articolo. di fatto le autrici, ma tutta la sinistra istituzionale potremmo dire, sono a favore di forme alternative in maniera generica ma non mettono in discussione l’esistenza in sé del meccanismo repressivo.

È necessario quindi, per rispondere al fuoco nemico promosso dal giornaletto sopracitato – da sempre house organ di tutti i governi, a prescindere dai colori – un processo preliminare di smascheramento della retorica utilizzata prima di parlare in termini reali di detenzioni, in Italia e anche nel qui Torinese, consci tuttavia che raccontarne le storie dall’interno non basta se non a montare la rabbia.

Cogliamo quindi l’occasione di questo spunto del Corriere, di cui non sentivamo certamente bisogno, per un discorso tuttavia necessario.

Questo contributo ovviamente non si pone l’obiettivo di interloquire con l’autrice stessa né di aprire un dibattito “pubblico” con gli stessi ponendosi su uno stesso piano di legittimità: I nostri lettori possono già immaginare quanto scarso sia l’interesse a riguardo.

 

Meglio tacer …che aprir bocca

 

La signora Gabanelli era già intervenuta altre volte sul tema presentando una proposta simile già nel 2015, ricevendo già numerose critiche.

Non tutte queste critiche possiamo considerarle essere totalmente condivisibili, tuttavia ciò che conta è che nel frattempo sono stati fatti diversi passi in avanti a favore della repressione, nei termini di potere alle questure, aumento delle pene anche per piccoli reati, retorica securitaria eccetera.

Grazie alla volatilità con cui le notizie viaggiano ogni giorno, Gabanelli è tornata in pompa magna presentando la settimana scorsa l’articolo sul corriere, andando ospite il giorno stesso al tg di la7 per esporre al pubblico le sue idee progressiste per il miglioramento del funzionamento dell’istituzione.

Che scenario raccontano? Analizziamo passo per passo i contenuti:

In primis vi è un presunto ritardo dell’Italia rispetto agli altri paesi europei in materia detentiva: ma per quali motivi? Tasso di popolamento delle carceri? Tasso di sovraffollamento rispetto alle strutture? Gestione dei detenuti? Niente di tutto questo ovviamente.

Secondo le giornaliste, il problema principale del carcere italiano, messo accuratamente in evidenza dalle loro statistiche, è quello dell’inserimento dei detenuti in un percorso lavorativo, come soluzione al problema del reinserimento e deterrente alla recidività.

Novità delle novità, il percorso del carcere non farebbe altro che, al suo termine, rimettere in libertà persone annichilite e distrutte, escluse da un qualsiasi tessuto del reale e che tra le altre cose rimettono spesso piede in carcere (circa il 70% – sottolineano dei non inseriti nel “circuito produttivo”, di fronte a quell’ 1% recidivo che invece era stato inserito nel mondo del lavoro).

Questo si traduce nel problema, prevedibile per chi riconosce le sirene neoliberali, dei costi eccessivi per la cosa pubblica. La verità ultima – sembrerebbero suggerirci tra le righe – non è che bisognerebbe intervenire sul carcere, quindi spenderci soldi, ma che invece questo sia un costo eccessivo per il sistema italiano: questo eccessivo costo non è affibbiato alle strutture (oltre la metà della spesa carceraria) ma è il costo per detenuto ad essere oggetto di critica. E menomale che le giornaliste stesse sottolineano il dovere costituzionale del reinserimento (sic!).

Cosa fare quindi? Trasformare il mondo del carcere su misura per il mondo del lavoro – che per occhi allenati sono in fondo già la stessa cosa –  trasformare quindi l’esperienza detentiva in una fucina di lavoro sottopagato, quindi ultraproduttivo.

La storia ce lo insegna – ma le giornaliste si guardano bene dal dirlo – che questo restyling del mondo carcerario non potrà mai essere realizzato col solo ingresso di cooperative, o società di capitali o con proposte esclusive del mondo della manutenzione carceraria, ma vuol dire attaccare direttamente il capitale, l’unico capace di grandi trasformazioni strutturali e di poter generare profitti su larga scala.

Concludono Ravizza e Gabanelli che proprio questo meccanismo potrebbe salvare la povera Italia dai problemi – secondari evidentemente – di sovraffollamento che la corte europea ci contesta, esempio vivido per quanto parziale.

Cosa ne può pensare la politica? Il ministro della giustizia Bonafede – noto più per la sua furbizia che per la sua sincerità – si dichiara assolutamente a favore. Ma d’altronde c’era da aspettarselo, e non solo dall’ambiente grillino noto per le sue tendenziose posizioni. Per certi versi infatti, la retorica messa in campo dalle giornaliste, che potremmo accomunare tout court alla sinistra istituzionale, solita a farle dei plausi, non si pone in rottura con l’ordine delle cose – le stesse sottolineano di voler allineare il sistema punitivo italiano a quello usa e nordeuropeo – ma nemmeno con il proprio passato storico-politico: gli eleganti riferimenti all’ordinamento penitenziario così come alla costituzione, in modo di porre la questione nei termini di una questione sociale – solo in apparenza – evidenziano il background produttivo e la sacralizzazione del lavoro salariato – a prescindere dalla retribuzione, dalle garanzie o dalle modalità  – tipica di questi ambienti.

Il ragionamento introdotto, o meglio la sua ossatura, fuori da ogni retorica, dice chiaro e forte che “non ci sono soldi”, che non vanno chiesti e che bisogna lavorare sui comportamenti dei detenuti invece che offrire loro alternative in termini di welfare. Da questo punto di vista, siamo perfettamente in sintonia coll’eterea età dell’oro del diritto incarnata da “Stati Uniti e Nord-Europa”. Siamo poi sicuri l’Italia sia così all’indietro?

 

Quello che ̬ davvero Рo sta diventando Рil carcere

 

Infatti, una cosa che l’Italia ha in comune con alcuni stati dell’Unione Europea è la crescita enorme del numero di persone recluse: da 53mila a 60mila nei 2000, ma nel 1990 erano la metà. Così come conta un tasso di sovraffollamento che in alcuni poli arriva quasi al 200%. Ma il problema, si diceva, sono i costi per i detenuti.

Sulle nuove forme di governo del carcere ha scritto delle pagine chiarissime la sociologa Sassen nel suo libro espulsioni. In particolare si sofferma sugli Stati Uniti e, in misura minore nel Regno Unito, ma concorda nel ritenere la detenzione una delle forme localizzate di questa tendenza sotterranea e globale di gestione della popolazione in eccesso : in una fase storica dove il capitalismo è arrivato ovunque e non esistono più territori da colonizzare, gli orizzonti non sono più quelli di riunire tutti sotto un unico cielo ma gestire quel “più” di popolazione che non può entrare nel sistema produttivo o non può godere dei benefici che il capitalismo avanza per pochi, e sono dunque attraversate da dispositivi disciplinari e modalità di assoggettamento, sfruttamento e guerra tra poveri.

Sassen prende in considerazione tre elementi fondamentali nel suo discorso: l’aumento della popolazione carceraria, l’aumento correlato di misure correzionali prolungate o altre misure restrittive, e il processo di privatizzazione delle prigioni e dei servizi carcerari.

Alle prime due contribuisce il discorso securitario di cui abbiamo già fatto accenno, che è un meccanismo di installazione della paura e mediatizzazione del disordine che legittima politiche d’intolleranza verso comportamenti nemmeno criminali.

Infine l’ultima, associabile concettualmente a quella ristrutturazione burocratica sopracitata, nel caso statunitense è anche molto prigioni private, ma le stesse imprese private che operano lì sono attive anche in Europa e in Italia come la pluricitata Sodexo sotto varie forme: carceri interamente gestiti da privati, appalti di servizi quali istruzione, sanità, trasporti e alimentazioni.

Potete immaginare quanto altrettanto forte sia l’attività di lobbyng, trattandosi di gare d’appalto.

Le prigioni diventano di giorno in giorno un modo come un altro per fare soldi, per fare business: ed in questo schema può aggiungersi l’insediamento di fabbriche o luoghi di lavoro all’interno delle carceri. Molte negli stati uniti obbligano i detenuti a lavorare se ritenuti in condizione per farlo a livello fisico, con salari da fame. Qui rientra la similitudine col discorso delle due giornaliste, anche se non si parla di obbligo a lavorare.

 

Il caso di Torino

 

Risulta ancora più macabro questo articolo per chi conosce anche soltanto la condizione dei detenuti nel Torinese.

Il comportamento delle forze dell’ordine nei centri detentivi è spesso definito come arbitrario, cioè free-form, e tenuto a conformarsi a dei regolamenti che danno solo indicazioni generiche di condotta: questa arbitrarietà non si traduce in comportamenti differenti, ma spesso in una vera e propria prassi di repressione muscolare e non denunciabile.

La stampa italiana lascerebbe volentieri certe indiscrezioni nel dimenticatoio, salvo essere costretta a rigurgitarle di tanto in tanto: è recente la notizia che il garante dei detenuti di Torino ha denunciato 6 agenti colpevoli di violenze verso i detenuti della sezione sex offender, tipologia di criminali che, secondo la retorica dominante, valgono nulla e andrebbero di volta in volta messi al rogo, castrati chimicamente o altre corbellerie simili.

Il fatto stesso che questi agenti del penitenziario siano molto giovani evidenzia un altro elemento interessante – di cui potremmo discutere successivamente – incentrato sull’ideologizzazione delle forze di polizia, da funzionari a veri e propri esecutori del potere politico. Il sociologo francese Wacquant ha scritto pagine brillanti a riguardo, evidenziando la continuità che esiste tra l’azzeramento delle forme di welfare e le paranoie securitarie conseguenti, dove la polizia diventa un elemento nella riorganizzazione burocratica dello stato neoliberale, che sopperisce al welfare incrementando la centralità del sistema punitivo.

Su questi fatti anche l’accademia torinese si è espressa con un comunicato di solidarietà alla garante firmato da decine di professori e ricercatori di diritto o di sociologia. Il problema però è parlare di questi casi come di “eccezionalità”, nel momento in cui diventano sempre più normalità, quotidianità.

Si parla di vessazioni quotidiane quando parliamo ad esempio dei centri di permanenza e rimpatrio, dove all’ordine del giorno vige una dialettica mediatica che oscilla tra le rivolte dei detenuti e l’utilizzo della celere per reprimere l’ordine, a dispetto della somministrazione di psicofarmaci nel cibo fornito da sodexo, come denunciato dagli stessi detenuti, oltre a carenze ed inefficienze generali dei servizi svolti.

E nonostante alcuni casi eclatanti che riescono a far parlare di uno spazio concentrazionario all’interno delle narrazioni mainstream, è bene ricordare come ad inizio 2019 la procura abbia costruito un terrificante impianto accusatorio dal nome Operazione Scintilla, attraverso cui la lotta ai centri di detenzione è stata delegittimata con l’accusa di associazione sovversiva, arrestando numeros* compagn* torinesi e sgomberando l’Asilo di via Alessandria.

Alla rabbia , oltre che per lo sgombero dell’asilo occupato, sede – secondo i giornalari – di questa cellula terroristica No-CPR, sono seguite numerose manifestazioni dove il piglio poliziesco non si è arrestato e ha fatto altri arresti: tra questi c’era anche Amma, arrestata il 20 settembre per il corteo di febbraio, che ha scritto questo testo dove denuncia le torture da parte delle forze dell’ordine : https://roundrobin.info/2019/10/un-testo-di-amma-dalle-vallette/

Le violenze su Amma danno però rotondità all’immagine complessiva fin qui descritta: questa violenza arbitraria che non risparmia nessuno non può certo che esprimersi in maniera ancora più feroce verso coloro che hanno deciso di opporvisi nella maniera più limpida.

 

Cosa fa schifo di tutto questo discorso: fine primo tempo

 

Questi dati sembrerebbero dirci come il meccanismo disciplinare e repressivo messo in campo, nonostante la brutalità raggiunga risultati deludenti anche per chi applica questi dispositivi senza scrupoli.

Bisogna distinguere due significati che vengono dati dai dominanti sull’esperienza detentiva: se il primo potrebbe essere l’effettivo annientamento dell’individuo, che viene considerato uno scarto, o meglio uno stigma sociale, allo scopo di perpetuare l’ordine vigente, dall’altro la retorica dell’assistenza e del reinserimento rinforzano questa logica, riversando la “colpa” sui soggetti carcerati. Nessuna novità dai tempi di Alex de Large dunque, tuttavia la realtà assume nuove forme che superano l’obsolescenza della pellicola e i limiti della finzione, strappando alla pellicola la realtà della sofferenza e della brutalità.

È compito nostro strappare via dal reale tutta questa brutalità.

Sulla giornata del 20 novembre al CLE – FUORI SODEXO DALLE UNIVERSITÀ

Il giorno 20 novembre, nel cortile del CLE, la quotidianità della giornata universitaria è stata disturbata da un gruppo di persone che si sono trovate con la volontà di esprimere il proprio dissenso circa la possibilità che il bar del Campus sia preso in gestione dalla ditta multinazionale Sodexo.

Questo perché? Perché oltre alle mense scolastiche e universitarie, l‘azienda in questione gestisce il business alimentare all’interno di carceri e CPR (Centro Permanente per il Rimpatrio), tra cui vogliamo ricordare il CPR di C.so Brunelleschi a Torino, dove il cibo servito (in ritardo) è avariato e condito con tranquillanti e psicofarmaci, allo scopo di “tenere buoni” i detenuti.

L’appalto non è ancora stato assegnato in via definitiva, ciononostante riteniamo fondamentale – anche ma non solo come studentesse e studenti – ribadire ancora e ancora che noi in università Sodexo non la vogliamo.
Continueremo a esprimerci contro chi specula su detenzioni e guerre e contro chi collabora nella gestione dei CPR e delle galere.
Continueremo a esprimerci contro un’università che non si fa scrupoli ad assegnare la gestione del bar a un’azienda di questo genere. 

 

 

Di seguito riportiamo uno degli interventi fatti durante il primo pomeriggio del 20 novembre.

Ciao a tutte a tutti, siamo qui di fronte al bar del campus per protestare contro l’ingresso della multinazionale Sodexo nell’università di Torino, presunta vincitrice della gara d’appalto per la gestione del bar del Campus Einaudi.

Nonostante il 20 di settembre sia stata ottenuta una proroga e un ritiro delle lettere di licenziamento per i lavoratori e le lavoratrici di questo bar fino al 30 di questo mese e Sodexo, dal canto suo, a oggi non è disponibile a garantire la riassunzione delle lavoratrici anche qualora il Tar, una volta valutato il ricorso fatto da Ifm, si esprimesse in suo favore.

Per chi non la conoscesse, Sodexo è una multinazionale che si occupa di servizi di mensa e di ristorazione in diverse realtà, non solo le scuole gli asili e gli uffici, ma anche nelle galere e nei centri di detenzione per senza documenti in Italia e in Europa. 
Sodexo gestisce circa 122 prigioni in 8 paesi ed è quindi una delle aziende leader all’interno del business dell’approvvigionamento alimentare capitalista, ed oltre agli affari con eserciti e centri di detenzione,  ha delle responsabilità dirette di situazioni gravissime quali la scarsa qualità dei servizi offerti: qui a Torino gestiscono la mensa del centro di permanenza e rimpatrio o CPR di corso Brunelleschi, e si sono messi in evidenza per la continua la somministrazione di farmaci all’interno del cibo per facilitare il controllo dei detenuti.
 
Ovviamente, non ci aspettiamo che Sodexo serva anche a noi cibi marcio, e questo perché Sodexo, così come tutto il sistema politico-economico in cui è inserita, distingue tra utenti “di serie A”, la gente “perbene” più o meno iscrivibile nei confini della “società rispettabile”, e utenti “di serie B”, come i detenuti e i sans-papiers. A loro spetteranno forse i nostri scarti, da mandare giù a forza di percosse? 
 
Ma il suo curriculum non finisce qui: a Pisa, dove gestisce il servizio di pulizie di diversi reparti ed ospedali, nel corso di questi anni le lavoratrici hanno scioperato contro un sistema di soprusi e ricatti che produce salari da fame, carichi di lavoro non più sopportabili e condizioni lavorative sempre più precarie. 
In Inghilterra e negli Stati Uniti, dove la detenzione carceraria o dei migranti è in gran parte privata, Sodexo è molto attiva attraverso la sua azienda o delle controllate, cioè aziende di Sodexo che non portano il suo nome evidentemente per tutela dell’immagine.
L’anno scorso  è stata citata in tribunale per abusi nei confronti dei o delle detenute, forse di perquisizione o vessazione corporale, costringendo addirittura una detenuta a partorire senza assistenza medica nelle celle delle prigioni.
Ad ogni accusa la Sodexo reagisce com’è logico aspettarsi di non avere alcune responsabilità e addirittura portando il tribunale chi prova ad organizzare il dissenso, arrivando a definire ogni organizzazione sindacale come associazione mafiosa.
 
Per colpa delle sua infamità quindi Sodexo, oltre a diversi offerti in Italia , all’estero è stata esposta più volte numerosi boicottaggi: ad esempio nei soli Stati Uniti questa campagna ha coinvolto oltre 60 università e altre istituzioni. Così anche in Australia gli studenti di molti atenei si sono mobilitati per cacciarla dalle loro mense. 
A suscitare campagne contro la multinazionale ci sono anche le critiche sulla qualità dei regimi alimentari proposti nelle mense scolastiche per bambini, denunciati per esempio nel film “Super Size Me” ed in un documentario del 2004, trasmesso dalla televisione britannica, in cui venivano resi pubblici gli scarsi standard igienici di un’azienda controllata dal gruppo, la Tillery Valley.
 
Come studenti ribadiamo che non vogliamo permettere l’ingresso di Sodexo in università per i motivi sopracitati, perché non vogliamo essere complici di questa merda in un luogo che viviamo quotidianamente, mentre dall’altra parte della città si consuma la tragedia dei senza documenti, vittime di questo sistema capitalista
 
Solidarietà ai detenuti nei CPR e nelle galere,
solidarietà ai lavoratori del campus,
Fuori Sodexo dall’università!”

Cronache dal Balon : i Muri

Questo contributo, come emerge dal titolo, vuole essere una continuazione del primo articolo di qualche giorno fa sui fatti di Borgo Dora e del mercato di libero scambio, cioè una rassegna di restituzione da parte di compagn*,  per proseguire la lotta alle espulsioni nel quartiere.

 

<<[…]ma le fotografie chiudono sempre il visibile in un rettangolo. Il visibile senza cornice è sempre un’altra cosa.>>
(Tabucchi A., Notturno indiano )

 

Al Balon oggi c’è il sole, fioco, eppure c’è. Ci sono i ciottoli di Via Borgo Dora, scomodi e bellissimi, delle volte ci si inciampa sopra, maledicendoli. C’è una piola, che accusa il passare del tempo ed un ristorante più moderno che invece il tempo lo rincorre. C’è un’edizione del 1965 de L’attenzione di  Moravia, c’è Il rosso e il nero di Stendhal, c’è un calcetto consumato dal gioco, ci sono delle vecchie sedie di un cinema oramai chiuso, ci sono due lampade, antiche ma riverniciate di azzurro e verde pastello. C’è una cartolina, i cui bordi sono logorati, che zia Emilia ha inviato da Padova, intorno al 7 maggio 1959, ai figli di sua sorella, mandando a quest’ultima e ai nipoti affettuosi saluti e un caloroso abbraccio; c’è una foto scattata nelle Alpi torinesi quasi cento anni fa, c’è un vinile dei Talking Heads, poi c’è un maglione vecchio, un candelabro dorato, una camicia scolorita, un jeans anni ’80, un vestito da sposa, che chissà a chi è appartenuto, c’è un set di tazzine di porcellana e ci sono i fogli di un diario la cui grafia indecifrabile ne rende impossibile la comprensione.  C’è di tutto al Balon e ci sono i mercatari che restituiscono vita agli oggetti.

Era il 1857 quando il “mercato dei cenci” si insediò nell’area di Piazza della Repubblica, estendendosi fino alla Dora e ospitando, ogni sabato, feramiù e straccivendoli. Il Balon, la cui etimologia del toponimo è  frammentata tra le svariate interpretazioni, oggi si svolge nelle vie Borgo Dora, Cottolengo, Mameli, Lanino, Vittorio Andreis e accoglie centinaia di bancarelle dall’antiquariato all’artigianato, dalla rigatteria al vintage, al semplice usato.

Da Via Mameli, in direzione Dora, camminiamo, imbocchiamo, sulla sinistra, Vicolo canale dei Molassi, svoltiamo ancora una volta a sinistra, giungiamo in Via Andreis. Fin qui le strade sono ancora ricoperte da grossi ciottoli, procediamo e svoltiamo un’ultima volta ma verso destra,  approdiamo in San Pietro in Vincoli. Eccoci, siamo nel cuore del problema: il suk. Problema poiché rappresenta, per l’amministrazione comunale, un ostacolo che rende difficile il raggiungimento dell’auspicata riqualificazione. Mercato di libero scambio divenuto abusivo dal 27 dicembre scorso, quando la giunta comunale ha approvato la delibera che prevedeva l’accompagnamento del suk in Via Carcano. Nella mattina del 4 ottobre, in via precauzionale per un eventuale riposizionamento nella vecchia sede di Piazza San Pietro in Vincoli, sono stati collocati, dalle forze dell’ordine, dei “dispositivi fisici”. Eufemismo utilizzato da Chiara Appendino per descrivere le barriere Jersey, un dispositivo di sicurezza modulare di cemento per alcuni, per altri un muro. La sindaca controbatte e ringrazia <<chi si è scomodato a precisare cos’è un muro.>>.  Ma cos’è un muro ? Un muro, come suggerisce una nota enciclopedia, è una struttura edilizia verticale portante, realizzata come ossatura di un edificio o come delimitazione di uno spazio esterno. I muri si distinguono secondo funzione e caratteristiche, con tutta probabilità il muro in questione, i dispositivi fisici inseriti a San Pietro in Vincoli, sono di recinzione. Se si volessero davvero giudicare tali dispositivi fisici come muro, un’interpretazione di quest’ultimo oggi non può trascurare la chiarificazione del significato del termine confine. L’etimo è latino, con-finis, ed indica un limite, una delimitazione.

 

Il centralissimo nuovo mercato del libero scambio.

<<All’inizio della storia dell’insediamento di ogni popolo, di ogni comunità e di ogni impero sta sempre in qualche forma il processo costitutivo di un’occupazione di terra. […] L’occupazione di terra precede l’ordinamento che deriva da essa non solo logicamente, ma anche storicamente. Essa contiene in sé l’ordinamento iniziale dello spazio, l’origine di ogni ulteriore ordinamento concreto e di ogni ulteriore diritto. Essa è il “mettere radici” nel regno di senso della storia.>>
Schmitt traccia un’ipotesi suggestiva circa il nesso che esisterebbe tra l’appropriazione di un territorio e la costituzione di una comunità politica.  È solo attraverso l’occupazione di terra, seguita dalla sua divisione, che si consente ad una comunità di esistere, ed è innanzitutto in virtù di tale occupazione che può essere costruito uno “spazio”. Nella terra trovano appoggio i confini adatti alla costruzione di una comunità e al fissaggio di una barriera tra il dentro e il fuori. I presupposti per l’esistenza di una comunità si fondano così sull’insediamento in un dato territorio, nella sua delimitazione mediante confini e nella loro difesa contro ogni insidia proveniente dall’esterno. Scrive ancora Schmitt: << La terra è detta nel linguaggio mitico la madre del diritto. […] la terra reca sul proprio saldo suolo recinzioni e delimitazioni, pietre di confine, mura. Qui divengono palesi gli ordinamenti e le localizzazioni della convivenza umana. Famiglia, stirpe, ceppo e ceto, tipi di proprietà e di vicinato, ma anche forme di potere e di dominio, si fanno qui pubblicamente visibili.>>

Ecco, la teoria schmittiana a proposito del momento cruciale della fissazione dei confini appare in qualche maniera convalidata dalla ricostruzione etimologica operata da Benveniste, il quale esaminando il tema della regalità reperisce gli elementi di un inaspettato legame che lega tra loro due termini latini: rex e regio. La domanda sorge qui spontanea, cosa c’entra ? C’entra, appare pertinente poiché il rex latino rimanderebbe ad un antico *reg-, che Benveniste  congiunge al verbo greco orégo, da tradursi come <<stendere in linea retta>>, o  <<più esplicitamente, ‘a partire dal punto che si occupa, tirare in avanti una linea retta’>>. Questo significato sarebbe identificabile  nel termine latino regio, che <<non vuol dire all’origine ‘la regione’, ma ‘il punto raggiunto in  linea retta ‘>>.

Ora, procedendo più speditamente, il rex è anche colui che è incaricato di regere finis, ossia di <<tracciare i confini in linea retta>>. Attenzione a non far coincidere la figura del rex esclusivamente con il re, con l’autorità politica; il rex è prima di tutto un’autorità religiosa impegnata nella missione morale di regere finis, di definire e indicare il retto, l’onesto, il giusto.

Mostra la via da seguire, stabilisce la regola della comunità, la sua correttezza. Alla regolamentazione della comunità corrisponde una terra da poter dosare nello spazio per sottrarla al caos. L’autorità del rex e del potere politico che ne deriva consiste nel tenere la linea e più la linea è dritta, più la sua autorità è fondata. Ora l’intento dichiarato dalla giunta comunale nel caso del suk è quello di <<restituire dignità a chi lo anima, fornendo servizi e un luogo adatto per l’esercizio del commercio nel perimetro di regole condivise che si integrino nel territorio affinché tutto possa svolgersi nella serenità.>>. Ma come si può restituire dignità relegando in uno spazio altro e ben distante dalle vie che animano il mercato del Balon ? E come si fa a ringraziare, come è accaduto, i 239 e 417  mercatari che, rispettivamente, sabato 5 e domenica 6 ottobre hanno richiesto il proprio stallo in Via Carcano ? Probabilmente non si può, presumibilmente non è corretto.

Le istituzioni e la cultura ufficiale esaltano e incoraggiano in maniera frenetica e trionfalistica il cambiamento socio-economico, in una rappresentazione in cui la svolta sociale è evidente e il vantaggio per l’economia indiscutibile.  Tuttavia non è esattamente così, tutto questo ha un rovescio della medaglia che viene colto se si sposta lo sguardo sulle periferie disordinate, lontane dalle regole di qualsiasi convivenza, dove si concentra una popolazione indigente, un sottoproletariato che utilizza un proprio codice di vita, lingua diversa da quella ufficiale del linguaggio della comunicazione e con cui non si dialoga. Poiché se si dialogasse si scoprirebbe che le centinaia di  mercatari che hanno richiesto lo stallo in Via Carcano nelle scorse settimane lo hanno fatto  sottomettendosi, comprensibilmente diremo, al principio della necessità.

La costruzione di uno “spazio” è sempre un fenomeno estremamente complesso, in cui le dimensioni simboliche si intrecciano anche con altre implicazioni di potere. Si è dinnanzi ad una  polarizzazione sociale e spaziale tra una zona ricca e una zona povera, che viene legittimata da un discorso politico basato sulla sicurezza, ma che si inchina invece alle logiche di mercato. Le dinamiche sociali ed economiche insieme con le società urbane sono mutate e continuano a mutare, eppure i meccanismi che producono e riproducono la distanza fisica e sociale tra individui e gruppi conservano intera la loro forza. I dispositivi fisici inseriti in San Pietro in Vincoli non ricalcheranno tangibilmente la definizione edilizia del termine muro, ma per chi non si limita ad essere mero misuratore del visibile rappresentano il tentativo di accentuare una divario sociale, che in questo modo diviene irrimediabilmente anche fisico. Bisognerebbe rappresentare, con vividi colori, le insidie che una trasformazione imposta a tavolino dalle istituzioni può arrecare.

Cronache dal Balon :un riassunto delle puntate precedenti

Il mostro del Leviatano che ci salva dal degrado
Il mostro del Leviatano che si scaglia, non sempre con successo, sugli indecorosi.

 

Nonostante l’apertura del recinto per polli alias “Suk Torino” di via Carcano e nonostante le barriere jersey montate in Canale Molassi per volere della sindaca Appendino,una parte del mercato di libero scambio continua a svolgersi nella zona del Balon e di Porta Palazzo.
Tuttavia, questo Leviatano,composto da decoro e polizia, continua imperterrito la sua impresa donchisciottesca di voler abolire i poveri della zona.
Ne approfittiamo per restituire un breve antefatto storico-politico-sociologico della riqualificazione, sullo stato delle città oggi e delle motivazioni a monte delle politiche di riqualificazione su questo quartiere.

Ben consapevoli del ritardo con cui commenteremo alcuni fatti di cronaca, che possono risultare già datati per l’aumento d’intensità che la battaglia ha assunto in questo mese, pensiamo  ogni opera di restituzione possa essere utile per riflettere assieme criticamente sulle strategie di opposizione alle forme di allontanamento ed espulsione di classe tipiche dei processi di riqualificazione.
Certamente non basta contro un dispositivo che si è dimostrato talvolta molto efficace ma che incontra sacche di resistenza, in un quartiere che è ancora popolare e indocile e la cui battaglia contro la riqualificazione è ancora nel pieno.
Per tal motivo informiamo che oggi, Mercoledì 30 alle ore 21 si terrà un’assemblea nella piazza di fronte il Sermig , per discutere e confrontarsi su scenari possibili per proseguire la lotta.


Voglio vivere in una città….

dove all’ora dell’aperitivo non ci siano spargimenti di sangue o di detersivo. Con queste parole Fabrizio de André parlava della transizione all’economia di mercato dei paesi del socialismo reale, e dei mutamenti successivi nell’immaginario sociale. Si, perché con i processi che hanno progressivamente smantellato il “secondo mondo”, cambia anche la percezione del conflitto nella stragrande maggioranza dell’occidente, ormai già ampiamente orientato nei confronti del post-fordismo e della New Economy. E cambia sopratutto nei luoghi che più degli altri erano stati teatro di lotte sociali, le città appunto. Quest’ultime provano a vendersi al miglior offerente privato (dal momento che nel frattempo anche il pubblico si è allineato su logiche analoghe), e si muovono come attori economici nel mercato globale puntando a costruirsi un’immagine adeguata per ammaliare banche e portafogli d’investimento.

Ma di cosa si costruisce quest’immagine di città? Su cosa fa presa?

Pur con le dovute differenze, la maggior parte delle metropoli ha risposto in maniera analoga, elaborando una versione particolare del concetto di vivibilità, con una vita notturna vivace e delle strade sicure, pulite e tranquille; una formula capace di liberare la pulsione al desiderio veicolata da un certo modo di concepire il “consumo urbano”. Tutto ciò cozza tremendamente con la realtà delle cose, con una disparità sociale che cresce di anno in anno, con conseguenti sacche di esclusione profonda, che non costituiscono un problema in quanto tali, ma solo finché turbano l’occhio. Ci sono luoghi dove questi contrasti si coagulano e si alimentano e dove la frontiera tra la parte buona e quella cattiva della società si palesa in tutta la sua asprezza.

A Torino, su un’area ampia tra il quartiere di Porta Palazzo e quello di Aurora, delimitata da corso Regina Margherita, corso Regio Parco, corso Novara, inclusa parte di corso Vigevano e infine via Cigna, vi è a lavoro dal 1996 un progetto volto a riqualificare la zona e a puntare sulle sue “specificità locali e risorse endogene”, come recita parte della descrizione del progetto sul sito del Comune di Torino.
Risale infatti a quell’anno la presentazione della prima embrionale forma del piano “The Gate-living not leaving” presso il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, con l’obiettivo di “migliorare le condizioni di vita e di lavoro del quartiere di Porta Palazzo”. Nel 1998 nasce il Comitato Porta Palazzo, ovvero un’organizzazione no-profit composta da attori pubblici e privati: il consiglio direttivo è fatto da due assessori e il presidente della circoscrizione 7, un membro che gestisce gli interessi della Fondazione San Paolo e infine un rappresentante della Camera di Commercio di Torino. Nel 2002 la forma muta ulteriormente diventando un’Agenzia per lo Sviluppo Locale e inserendosi nei piani di rigenerazione urbana per le periferie e nel 2012 l’aerea di intervento del progetto è stata estesa fino a includere i limiti attuali.

In questo si inserisce la vicenda del Balon, il mercato che da centocinquanta anni anima le vie di Borgo Dora il sabato mattina.  La zona era chiamata “borgo degli stracci”, per il fatto che molti di coloro che per qualsiasi ragione non erano impiegati in fabbrica o che non riuscivano a ricavare abbastanza dal loro lavoro, si improvvisavano rigattieri, vendendo gli stracci e la ferraglia arrabattata nel corso della settimana. La composizione demografica è cambiata di molto da allora e agli immigrati meridionali si sono affiancati, negli ultimi trent’anni circa, quelli provenienti dal meridione del mondo. La popolazione di Barriera di Milano e Aurora, i quartieri in questione, è quella che presenta la concentrazione maggiore di residenti stranieri, che congiuntamente si aggira attorno alle trentamila unità e che è aumentata di ulteriori cinquemila negli ultimi dieci anni (dati provenienti dall’Ufficio di Statistica del Comune di Torino). E’ quindi un’area che presenta molta eterogeneità a livello etnico, religioso, linguistico, di nazionalità. Di fatto, sebbene l’interazione tra diversi gruppi sia stata in parte conflittuale, agli occhi dei promotori del progetto di governance che ha preso di mira la zona, quest’ultima presenta delle specificità e delle potenzialità (il larga misura economiche) non ravvisabili in alcun’altra zona di Torino. Gli alimentari etnici, il Balon, il mercato di Porta Palazzo, e infine la cornice di Borgo Dora, conferiscono un carattere apparentemente esotico, cosmopolita, internazionalista; ed è questa la ragione per cui viene guardata con cotanto interesse. “Ama le differenze”, la scritta che sorge sulla celebre tettoia dell’orologio dopo la ristrutturazione del triennio ’95-’98, risulta abbastanza emblematica in tal senso. Parallelamente  ai tratti peculiari del quartiere, le potenzialità e l’appetibilità del medesimo passano anche da una dimensione meramente geografica. L’area d’interesse del progetto è alle porte del centro, ed è incastonata tra altre zone che sono state “risanate” in passato: il Quadrilatero Romano e Vanchiglia. E’ quindi anche prossimo al Campus Luigi Einaudi e ad altre strutture universitarie, destando interessi relativi al mercato immobiliare per gli studenti così come alle loro attitudini di consumo.

Processi che partono da così lontano, e che quindi si spalmano su un arco temporale consistente, presentano alcuni periodi in cui si intensificano, in cui prendono ulteriore velocità. Dallo sgombero dell’Asilo Principe di Napoli il  7 febbraio all’apertura del Mercato Centrale; dall’ordinanza del 27 dicembre 2018 che stabiliva lo sgombero definitivo  dei rigattieri del Balon (il “Suk” o “libero scambio”) dopo anni di rimbalzi verso la periferia, fino all’attuazione della medesima il 4 ottobre, la zona in questione vive ora questa nuova fase, nella quale si scorge la maturazione della progettualità inaugurata venticinque anni fa. A proposito dell’utilizzo in generale e in questo scritto della parola Suk, occorre fare una piccola precisazione: la narrazione promossa dai fautori della riqualificazione è quella di un mercato spaccato a metà tra una parte buona e legittima e un’altra cattiva e da estirpare. Ad ogni modo il balon è sempre stato un solo mercato, e oltretutto quello che oggi viene chiamato Suk (con una sfumatura discriminatoria e razziale), è la parte che più veracemente  incarna la sua natura di pratica di resilienza dei più deboli nei confronti di una realtà urbana infida e scivolosa. Qui l’uso della parola concerne esclusivamente la necessità di far comprendere ciò di cui si parla. Tornando a noi, il 4 ottobre, a fronte dell’ordinanza comunale appena citata che alla fine del 2018 rendeva sostanzialmente fuorilegge e abusivo chiunque avesse avuto l’intenzione di esporre la propria merce in via canale Molassi e dietro il cimitero di San Pietro in Vincoli, le forze dell’ordine in assetto antisommossa hanno blindato l’area, non solo con la propria presenza, ma anche attraverso alcune ringhiere montate sul posto. Il pugno di ferro contro l’abusivismo indotto del Suk si era già visto una settimana prima, quando un’operazione congiunta della polizia di stato e di quella municipale aveva portato a 40 persone identificate, 31 furgoni ispezionati (di cui sette sottoposti a fermo in seguito alla perquisizione) e all’allontanamento coatto di otto venditori. In seguito alla militarizzazione sopra citata, pochi mercatari, un gruppo di manifestanti e alcuni residenti hanno presidiato durante la notte lo spiazzo davanti alla Scuola Holden, che aveva ospitato il Suk prima della sua ricollocazione vicino canale Molassi nel 2002, con l’obiettivo di resistere nel suo ambiente originario. Purtroppo ciò che si auspicava non si è verificato, nel senso che molti dei mercatari da cui ci si aspettava una reazione hanno deciso di assecondare le direttive del Comune. Questo perché la loro posizione giuridica molto fragile, essendo spesso vincolati da un permesso di soggiorno revocabile o non rinnovabile, gli impone di obbedire tacitamente alle imposizioni nei loro confronti. A questo si aggiungono le difficoltà comunicative che molti di loro hanno ad esprimersi o anche comprendere l’italiano. Il dispiegamento di forze immane attuato dalla questura ha sbaragliato anche le ultime velleità di resistenza per il Suk nello spazio che lo ha sempre ospitato. Già, perché la sede che è stata designata per ospitare la porzione di mercato del Balon dal Comune è in via Carcano, una traversa di via Varano, vicino il cimitero Monumentale. Oltre a essere uno spazio spoglio e di recente costituzione, non paragonabile a Borgo Dora, il posto presenta ulteriori criticità: é staccato dal mercato di cui faceva parte e risente della mancanza di sinergia che aveva anche con Porta Palazzo; è molto decentrato, quindi difficilmente raggiungibile; risulta infine, per le ragioni appena elencate, molto poco remunerativo. Ci è risultato, infatti, domandando ad alcuni venditori in via Carcano negli ultimi sabati, che il ricavo che ne hanno è di gran lunga inferiore di quello che facevano in via Canale Molassi (un ottavo circa).

Queste ultime vicende fanno comprendere egregiamente quanto siano violenti i processi che vanno sotto il nome di riqualificazione. Sebbene si presentino come implicitamente e necessariamente positivi attraverso un uso fuorviante del linguaggio, simili trasformazioni emergono come particolarmente indicative nel far comprendere la direzione in cui stanno andando le città globali, come anche quelle che ambiscono a essere riconosciute come tali. Dall’inizio della stagione dei piani strategici metropolitani inaugurata nel 1990 da Barcellona, il modello decisionale che è andato consolidandosi per l’amministrazione urbana è quello della governance.

Partendo dal presupposto che bisogna conciliare e alimentare le risorse endogene di un territorio, si tende a mettere insieme attori a livelli diversi e con diversi criteri di legittimità (economici, politici, sociali), facendo però alcune selezioni. Le parti in questione, se sono chiamate in causa, sono tutte dotate di un qualche tipo di potere contrattuale e di pressione sulle altre. La questione è che le persone su cui queste decisioni incidono di più, per cui i tali cambiamenti  possono minare seriamente i precari equilibri di una quotidianità magra , sono automaticamente esclusi e quindi impossibilitati a farsi valere. Ovviamente le narrazioni promosse dai pionieri del decoro sono ben altre. Sulla pagina internet del progetto “The Gate-living not leaving” si legge che “attraverso una metodologia ed un approccio innovativo, in grado di fornire un esempio per altre esperienze in Europa, il progetto si propone di coinvolgere diversi partner, pubblici e privati e di innescare un processo di riqualificazione del territorio di Porta Palazzo e Borgo Dora”. Una rappresentazione evidentemente distorta e che millanta una democraticità che non gli appartiene. Un altro pregio ostentato ma poco consistente concerne fantomatiche politiche di welfare e redistribuzione che la rigenerazione urbana si porterebbe dietro: “sono state coordinate politiche e azioni che favorissero l’inclusione sociale, rafforzassero i legami, creassero reti di sostegno e processi che contribuissero a sviluppare identità locale e collettiva”.

I padroni della città dispongono, oltre che di una propaganda efficace, anche di altri mezzi, meno ammalianti ma decisamente più incisivi. Il 27 dicembre 2018, come già accennato in precedenza, viene approvata nel Consiglio Comunale di Torino la delibera che sancisce sia l’irregolarità del Suk del Balon in via Canale Molassi, sia l’esilio in via Carcano. Da allora fino al 4 ottobre, attirati da uno spazio non regolamentato e dunque non tassato, centinaia di rivenditori improvvisati si sono aggiunti a quelli che prima erano stati legittimi, con diverse conseguenze: una competizione efferata per il posizionamento delle bancarelle all’interno del Suk;  un’esacerbazione dei dissapori tra i venditori del resto del Balon e quelli del “libero scambio”, contro i quali, oltre alla classica accusa di vendere merce contraffatta o rubata, si è aggiunta quella dell’abusivismo (indotto); un’accentuazione dell’impegno e dell’impellenza di agire coercitivamente per disperdere il degrado. La riqualificazione si presenta ancora una volta come una guerra tra poveri, scatenata da potenti. La delegittimazione legale giustifica a questo punto l’intervento militare, con una mobilitazione che ormai quasi non fa notizia, per la frequenza con la quale viene chiamata in causa.

Per il modello decisionale di cui si fa portavoce, per le pratiche di consumo che vi si sviluppano, per le modalità attraverso cui si afferma e si riafferma più prepotentemente di prima, la riqualificazione tende a produrre uno spazio urbano e un tessuto sociale tendenzialmente pacificati. Il punto è che pacificare vuol dire imporre la pace con la violenza e non concordarla. Il cittadino tipo che scaturisce da tali processi, ormai spogliato della sua componente politica, non può che appiattirsi sul continuo consumo acritico di spazio urbano (possibilmente privato), se il portafogli glielo consente. La direzione verso cui stanno andando le città (o meglio le élite che le governano), con modalità a tratti differenti, è proprio questa: assoggettare pratiche spontanee e trarne profitto, sfruttare le differenze culturali per vestirsi di cosmopolitismo, far finta che i benefici di tutto ciò siano distribuiti. Un modello che spazza via il conflitto con disinvoltura, mettendolo sotto il tappeto. E io non voglio vivere in una città come questa.

 

ARCHITETTARE E PUNIRE – elementi per un’analisi dello spazio urbano

All’interno della C1 Summer Invasion vol III // 4 – 5 – 6 giugno in collaborazione con il Collettivo Studi Sociali : ARCHITETTARE E PUNIRE – elementi per un’analisi dello spazio urbano

Cosa intendiamo per spazio urbano?

Che discorsi e che politiche stanno alla base dei suoi mutamenti?
Quali dispositivi politici e sociali vengono messi in campo per garantirne l’ordine?

Se, come afferma Foucault, “la politica è la guerra continuata con altri mezzi”, non possiamo esimerci da un’analisi della costruzione strategica dello spazio e della definizione dei suoi nemici interni.
Cercheremo di rispondere a questi interrogativi partendo dagli studi e dalle esperienze di alcuni compagni che hanno riflettuto sulla progressiva urbanizzazione dello spazio sociale e sulle trasformazioni delle pratiche di gestione dell’ordine e di controllo della popolazione.

Ne parleremo con due compagni di Torino e Bologna il 5 giugno a partire dalle ore 18:30 in aula C1. A seguire dibattito.

L’ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA!

Solidarietà da Torino ad Antonin e ai compagni e le compagne in carcere!
L’antifascismo non si processa!
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Repost da Action Antifasciste Paris-Banlieu sui fatti delle ultime settimane:

COMUNICATO – DETENZIONE DEI MILITANTI ANTIFASCISTI (FRANCIA) All’inizio della settimana scorsa, alcun* militant* si sono scontrati con dei fascisti appartenenti ai gruppi Génération identitaire, le Zouaves di Parigi e la Milizia Parigi. Scacciati dalla strada, i fascisti hanno sporto denuncia! Questo ha portato all’arresto, la messa in stato d’accusa e l’incarcerazione dei militant* antifascist*. Senza sorpresa, nessuno tra i fascisti è invece indagato. Gli antifascisti sono ancora una volta presi di mira da un’accanimento giudiziario che s’iscrive nel contesto della crescente criminalizzazione dei movimenti sociali. Da qualche anno, la figura del “antifa” è d’altronde al cuore non solo della repressione statale, ma anche di una narrazione mediatica sempre più delirante. Non è un caso che siano proprio gli antifascisti, numeros* a prendere parte al movimento dei Gilets Gialli – che oggi subisce una repressione poliziesca massiccia – a essere ancora una volta nel mirino della repressione. Gli ultimi mesi di mobilitazione ci hanno ricordato l’importanza di riaffermare con forza l’antirazzismo nelle nostre lotte. Mobilitiamoci tutti e tutte nelle piazze, nelle rotonde e in tutti gli spazi del movimento per rinforzare la solidarietà e le nostre alleanze a fronte della repressione!
Link: https://m.facebook.com/AFAPB/

Quando è la povertà a dare fastidio

Che il mondo sia diventato un immenso mercato a cielo aperto, un’agorà consumistica, è sotto gli occhi di tutti. Che ogni piazza, ogni strada, ogni via, ogni spazio si sia trasformato in una messinscena della merce, anche questo, è evidente a tutti. Che ogni momento della vita sia scandito dal consumo diretto della merce o dalla sua illusoria necessità, anch’esso è alla portata di tutti. Eppure qualcosa non torna. Se è vero, infatti, che il tentativo di allargare la produzione di mezzi di consumo e di imporre la diffusione globale e totale dei modelli di consumo occidentali sta colpendo le città di tutta Italia, da Torino a Bologna, da Verona a Napoli, sotto i colpi sferzanti della gentrificazione, rimane altrettanto vero che le vittime di tale processo rimangono sempre le stesse, le fasce più deboli della società civile: poveri e immigrati. Siamo ancora una volta di fronte ad una questione di classe.

A Torino, il quartiere Aurora è da diversi anni oppresso dalle forze congiunte di attori pubblici, investitoti privati, speculatori immobiliari, innovatori sociali e storytellers creativi, tutti impegnati a rendere il quartiere un posto più vivibile, più sicuro e più decoroso. A tal fine si sgomberano spazi sociali, si sfrattano luoghi di libero scambio, si cacciano gli indesiderati. Perché Aurora è diventato, ad un tratto, un quartiere su cui investire, un quartiere con abbondanti potenzialità, un quartiere invidiabile e così vicino al centro, a quel centro in cui poveri e immigrati non mettono piede se non per portare lavoro espresso in manodopera e bassa manovalanza. Valorizzare, riqualificare, rivitalizzare, rigenerare, questi i nomi che vengono dati a tale processo. Noi, per conto nostro, lo chiamiamo saccheggio e devastazione di un quartiere.

Saccheggio e devastazione sono pratiche che, ad oggi, stanno portando avanti questura e comune nel quartiere di Aurora e non solo; il tentativo di deportare parte dei mercatari del Balon, sorte che tocca stranamente la fascia più umile del mercato – la zona di Canale Molassi -, e lo sgombero dell’Asilo occupato sono solo alcuni esempi, forse i più lampanti, del tentativo di saccheggiare e devastare un quartiere intero sotto i colpi della riqualificazione. «Con il termine saccheggio si intende quell’azione di furto collettiva in eventi extraordinari come guerre, terremoti, disastri naturali, manifestazioni»: la guerra ai poveri, ai quartieri più in difficoltà, ad Aurora, è l’evento extraordinario; l’azione di furto collettiva è quella del comune a braccetto con questura, procura e privati con interessi speculativi. «Il devastare, e più spesso l’effetto, la rovina apportata; per estensione, lo stato di squallore e di desolazione»: uno stato di squallore, rovina e devastazione che hanno lasciato nel quartiere, nella città e nell’animo di tuttx.

Quello che sta accadendo è fondamentalmente lo svuotamento all’interno del quartiere degli spazi e delle soggettività non conformi, a-normali, in virtù di un riempimento propriamente fisico di merci e di consumatori facoltosi. Ma quello che più salta all’occhio è, da un lato, il principio di mercificazione ad alto rendimento di questi stessi spazi e, dall’altro, la mercificazione dei rapporti sociali; si sta colpendo, infatti, il cuore della socialità diversa, altra; quello che la sociologia contemporanea ama chiamare capitale sociale. Il paradosso reale diviene quello di un mercato già stabilmente sedimentato nel territorio, con processi in atto di mutuo appoggio informale da parte di una certa fascia della cittadinanza, che viene disgregato, non per essere sostituito, bensì per rimanere mercato, ma un altro genere di mercato: non più “dei poveri per i poveri”, ma un mercato-macchina ad alta efficienza di accumulo di capitali. La necessità diviene quella di svuotare e ri-rempire questi spazi, c’è bisogno di deportare la parte meno efficiente e produttiva di questa stessa fascia di popolazione e sostituirla con una popolazione che produca e soprattutto consumi con più alta efficienza. Sotto le mentite spoglie della riqualificazione si cela un’elitarizzazione di un quartiere perché, quando è la povertà a dare fastidio, la soluzione è l’emarginazione sociale, violenta e irrevocabile almeno tanto quanto la decisione che è stata presa dall’amministrazione comunale.

Il momento presente è già quello dell’autodistruzione dell’ambiente urbano. L’esplosione del centro delle città sulle periferie è dettata, in modo immediato, dagli imperativi del consumo. La dittatura della riqualificazione, prodotto-pilota dell’ultima fase dell’abbondanza mercantile, si è iscritta nel terreno con il dominio della gentrificazione, che sconvolge le vecchie periferie ed esige una dispersione sempre più estesa. Nello stesso tempo, i momenti di riorganizzazione incompiuta del tessuto urbano si polarizzano transitoriamente attorno a quelle «fabbriche di distribuzione» della cultura, del food e del turismo che sono rispettivamente la Scuola Holden, aperta nel 2013, il Mercato Centrale, appena inaugurato, e WeGastameco, ostello di lusso di prossima apertura, giganti edificati in terreno periferico, sul quartiere-cuscinetto di Aurora. Questi templi del consumo precipitoso sono essi stessi in fuga nel movimento centrifugo, verso la periferia, respinti più lontano via via che divengono a loro volta dei centri secondari sovraccarichi. Ma l’organizzazione tecnica del consumo non è che l’avanguardia di quel processo di dissoluzione generale, chiamato gentrificazione, che ha condotto la città a consumare sé stessa.

Tutti questi processi di colonizzazione pioneristica delle periferie, ad opera di facoltosi magnati e speculatori visionari, non fanno altro che costruire e consolidare quell’orizzonte di “normalità” tanto agognato dalla giunta Appendino. Nell’ottica dell’attuale gestione politica della città rendere “normali” i quartieri significa sottrarre alla vista dei più abbienti che li abitano, o piuttosto li abiteranno, le bolle di povertà. La scelta rimane “irrevocabile”: i poveri vanno deportati dal territorio e, soprattutto, bisogna negare loro, e a chiunque solidarizzi, ogni forma di partecipazione all’agone politico. Tale pianificazione disciplinante dei territori permette di delineare il quadro di “normalità” esplicitamente richiesto dal processo stesso di dissoluzione urbanistica; esso, da un lato, prevede la corresponsabilità tra amministrazione comunale e ricchi privati in cerca di investimenti e, dall’altro, una popolazione assoggettata e condiscendente. Così, in questo lavoro quotidiano di soggettivazione dell’apparato sociale nei quartieri più umili, ogni atto non coerente alle logiche del mercato è inteso come un grave atto di insurrezione e, in quanto tale, da reprimere. Questa è la “normalità” che ci propinano. La “normalità” di annichilire e demolire il dissenso, ogni pratica e atto di insubordinazione possibile, ogni ipotetico fastidio arrecato agli interessi della merce sovrana, ogni voce fuori dal coro, ogni possibilità di pensiero altro, di costruzione di alternative, di variazioni, lacerazioni, deviazioni dal progetto comune di dominio e sottomissione a Stato e Mercato, a mercificazione dei territori e consumo della città e delle sue merci. Qui non sono solamente in gioco il passato, il presente e il futuro delle nostre città, ma la possibilità stessa di immaginare una terza via, una possibilità diversa, una realtà altra rispetto a quella in cui viviamo. La “normalità” del mercato va rispedita al mittente.

Per ora nulla di nuovo per questo mondo.

Soldi contro ideali, oppressori contro oppressi.

La scelta di campo appare, di giorno in giorno, sempre più scontata.

Presentazione Vademecum Legale contro gli Abusi in Divisa

Cucchi, Uva, Aldrovandi, Magherini sono cognomi che ultimamente sono emersi agli occhi dell’opinione pubblica attraverso le rubriche di cronaca nera. In comune hanno il fatto di essere stati ammazzati per mano di persone che indossavano una divisa; ma hanno in comune soprattutto il fatto di essere anomalie, nomi fuoriusciti da un sistema repressivo e di controllo che miete vittime invisibili e produce tortura: rappresentano la punta di un iceberg che non riusciamo a vedere ma che tuttavia ci riguarda tutti e tutte. Anche a Torino ultimamente si è manifestata in maniera palese la violenza poliziesca al fine di soffocare le voci di dissenso e di lotta. Sospensione dei diritti e stato di polizia sono la realtà che stiamo assaporando negli ultimi mesi. Il grado di arbitrarietà nello svolgimento delle funzioni di ordine pubblico è elevato e diverse sono le criticità legate ai meccanismi organizzativi di pubblica sicurezza. 

Giovedì 16 maggio presenteremo V.L.A.D, un vademecum che raccoglie consigli e saperi inerenti i diritti da far valere in caso si abbia a che fare con le forze dell’ordine. Sarà occasione di conoscenza e inoltre si terrà un dibattito con l’autore del progetto: Riccardo Bucci.

Chiunque volesse può già da adesso leggere VLAD online al seguente indirizzo: http://www.abusivlad.it/index.php/vademecum

Presentazione del libro “Prendiamoci la città”

 

 

Se in fabbrica si imparava a lottare insieme, una volta fuori gli operai tornavano spesso a essere soli o con le proprie famiglie, comunque costretti ad arrangiarsi in un territorio ostile. Relegati entro i confini fisici e mentali dei quartieri-ghetto, nelle periferie, stipati in edifici simili ad alveari, senz’aria né verde; oppure, se da poco immigrati, ammucchiati come sardine nelle case più vecchie, in soffitte, scantinati, pensioni e stabili fatiscenti. Non mancano i lager, con tanto di recinto, baracche e guardiani, quali sono i “centri sfrattati”. I nuovi quartieri sono costruiti in modo che nessuno si incontri, come avviene nei condomìni, dove i vicini di casa non si conoscono tra loro e a malapena si salutano. L’architettura e l’urbanistica, al servizio del capitale, ridisegnano una città in cui si vive ammassati, magari condividendo la stessa stanza e la stessa miseria, ma sovrastati dal sentimento di non avere niente in comune. Solo spostando la lotta dalla fabbrica alla città, portando fuori la forza della coscienza di classe che si era accumulata tra i muri delle fabbriche, facendola tracimare nelle strade, nei quartieri, per rompere quella solitudine di massa cui l’operaio tornava dopo il lavoro, solo così si sarebbero potute determinare le condizioni affinché i proletari riuscissero a immaginare e praticare altri modi di vita.

“Prendiamoci la città”. Non si trattava di fare la rivoluzione ma di costruirne un passaggio fondamentale, la saldatura tra fabbrica e territorio, in una prospettiva di lotta di lunga durata. Questo nostro lavoro di ricerca e documentazione, di cui teniamo a sottolineare il carattere anonimo e compartecipato – “La Barricata” può essere chiunque -, non vuole dare alcuna indicazione politica a chi oggi lotta sulla questione dell’abitare e dei “territori resistenti”. Nondimeno, siamo convinti che queste testimonianze di un passato irripetibile possano contribuire a riflettere sullo stato presente delle cose e sui possibili significati, quarant’anni dopo, del “prendersi la città”. Attraverso le interviste, i testi teorici, le foto di quegli anni si delinea un percorso in cui si passa da forme di “arrangiarsi” individuali all’azione politica collettiva. Lì si producono nuove forme di vita all’insegna dell’auto- (autorganizzazione, autonomia, autogestione); lì nascono basi/retrovie di resistenza e liberazione; lì l’autodifesa nella precarietà si trasforma in una forza che, fuoriuscendo dagli spazi che la città riserva alla marginalità, esige quanto serve, subito, e se lo prende. Registrare questo percorso, breve ma intenso, significa sottolineare una sua forza intrinseca che si sottrae all’usura del tempo.

https://prendiamocilacitta.noblogs.org/