Quando è la povertà a dare fastidio

Che il mondo sia diventato un immenso mercato a cielo aperto, un’agorà consumistica, è sotto gli occhi di tutti. Che ogni piazza, ogni strada, ogni via, ogni spazio si sia trasformato in una messinscena della merce, anche questo, è evidente a tutti. Che ogni momento della vita sia scandito dal consumo diretto della merce o dalla sua illusoria necessità, anch’esso è alla portata di tutti. Eppure qualcosa non torna. Se è vero, infatti, che il tentativo di allargare la produzione di mezzi di consumo e di imporre la diffusione globale e totale dei modelli di consumo occidentali sta colpendo le città di tutta Italia, da Torino a Bologna, da Verona a Napoli, sotto i colpi sferzanti della gentrificazione, rimane altrettanto vero che le vittime di tale processo rimangono sempre le stesse, le fasce più deboli della società civile: poveri e immigrati. Siamo ancora una volta di fronte ad una questione di classe.

A Torino, il quartiere Aurora è da diversi anni oppresso dalle forze congiunte di attori pubblici, investitoti privati, speculatori immobiliari, innovatori sociali e storytellers creativi, tutti impegnati a rendere il quartiere un posto più vivibile, più sicuro e più decoroso. A tal fine si sgomberano spazi sociali, si sfrattano luoghi di libero scambio, si cacciano gli indesiderati. Perché Aurora è diventato, ad un tratto, un quartiere su cui investire, un quartiere con abbondanti potenzialità, un quartiere invidiabile e così vicino al centro, a quel centro in cui poveri e immigrati non mettono piede se non per portare lavoro espresso in manodopera e bassa manovalanza. Valorizzare, riqualificare, rivitalizzare, rigenerare, questi i nomi che vengono dati a tale processo. Noi, per conto nostro, lo chiamiamo saccheggio e devastazione di un quartiere.

Saccheggio e devastazione sono pratiche che, ad oggi, stanno portando avanti questura e comune nel quartiere di Aurora e non solo; il tentativo di deportare parte dei mercatari del Balon, sorte che tocca stranamente la fascia più umile del mercato – la zona di Canale Molassi -, e lo sgombero dell’Asilo occupato sono solo alcuni esempi, forse i più lampanti, del tentativo di saccheggiare e devastare un quartiere intero sotto i colpi della riqualificazione. «Con il termine saccheggio si intende quell’azione di furto collettiva in eventi extraordinari come guerre, terremoti, disastri naturali, manifestazioni»: la guerra ai poveri, ai quartieri più in difficoltà, ad Aurora, è l’evento extraordinario; l’azione di furto collettiva è quella del comune a braccetto con questura, procura e privati con interessi speculativi. «Il devastare, e più spesso l’effetto, la rovina apportata; per estensione, lo stato di squallore e di desolazione»: uno stato di squallore, rovina e devastazione che hanno lasciato nel quartiere, nella città e nell’animo di tuttx.

Quello che sta accadendo è fondamentalmente lo svuotamento all’interno del quartiere degli spazi e delle soggettività non conformi, a-normali, in virtù di un riempimento propriamente fisico di merci e di consumatori facoltosi. Ma quello che più salta all’occhio è, da un lato, il principio di mercificazione ad alto rendimento di questi stessi spazi e, dall’altro, la mercificazione dei rapporti sociali; si sta colpendo, infatti, il cuore della socialità diversa, altra; quello che la sociologia contemporanea ama chiamare capitale sociale. Il paradosso reale diviene quello di un mercato già stabilmente sedimentato nel territorio, con processi in atto di mutuo appoggio informale da parte di una certa fascia della cittadinanza, che viene disgregato, non per essere sostituito, bensì per rimanere mercato, ma un altro genere di mercato: non più “dei poveri per i poveri”, ma un mercato-macchina ad alta efficienza di accumulo di capitali. La necessità diviene quella di svuotare e ri-rempire questi spazi, c’è bisogno di deportare la parte meno efficiente e produttiva di questa stessa fascia di popolazione e sostituirla con una popolazione che produca e soprattutto consumi con più alta efficienza. Sotto le mentite spoglie della riqualificazione si cela un’elitarizzazione di un quartiere perché, quando è la povertà a dare fastidio, la soluzione è l’emarginazione sociale, violenta e irrevocabile almeno tanto quanto la decisione che è stata presa dall’amministrazione comunale.

Il momento presente è già quello dell’autodistruzione dell’ambiente urbano. L’esplosione del centro delle città sulle periferie è dettata, in modo immediato, dagli imperativi del consumo. La dittatura della riqualificazione, prodotto-pilota dell’ultima fase dell’abbondanza mercantile, si è iscritta nel terreno con il dominio della gentrificazione, che sconvolge le vecchie periferie ed esige una dispersione sempre più estesa. Nello stesso tempo, i momenti di riorganizzazione incompiuta del tessuto urbano si polarizzano transitoriamente attorno a quelle «fabbriche di distribuzione» della cultura, del food e del turismo che sono rispettivamente la Scuola Holden, aperta nel 2013, il Mercato Centrale, appena inaugurato, e WeGastameco, ostello di lusso di prossima apertura, giganti edificati in terreno periferico, sul quartiere-cuscinetto di Aurora. Questi templi del consumo precipitoso sono essi stessi in fuga nel movimento centrifugo, verso la periferia, respinti più lontano via via che divengono a loro volta dei centri secondari sovraccarichi. Ma l’organizzazione tecnica del consumo non è che l’avanguardia di quel processo di dissoluzione generale, chiamato gentrificazione, che ha condotto la città a consumare sé stessa.

Tutti questi processi di colonizzazione pioneristica delle periferie, ad opera di facoltosi magnati e speculatori visionari, non fanno altro che costruire e consolidare quell’orizzonte di “normalità” tanto agognato dalla giunta Appendino. Nell’ottica dell’attuale gestione politica della città rendere “normali” i quartieri significa sottrarre alla vista dei più abbienti che li abitano, o piuttosto li abiteranno, le bolle di povertà. La scelta rimane “irrevocabile”: i poveri vanno deportati dal territorio e, soprattutto, bisogna negare loro, e a chiunque solidarizzi, ogni forma di partecipazione all’agone politico. Tale pianificazione disciplinante dei territori permette di delineare il quadro di “normalità” esplicitamente richiesto dal processo stesso di dissoluzione urbanistica; esso, da un lato, prevede la corresponsabilità tra amministrazione comunale e ricchi privati in cerca di investimenti e, dall’altro, una popolazione assoggettata e condiscendente. Così, in questo lavoro quotidiano di soggettivazione dell’apparato sociale nei quartieri più umili, ogni atto non coerente alle logiche del mercato è inteso come un grave atto di insurrezione e, in quanto tale, da reprimere. Questa è la “normalità” che ci propinano. La “normalità” di annichilire e demolire il dissenso, ogni pratica e atto di insubordinazione possibile, ogni ipotetico fastidio arrecato agli interessi della merce sovrana, ogni voce fuori dal coro, ogni possibilità di pensiero altro, di costruzione di alternative, di variazioni, lacerazioni, deviazioni dal progetto comune di dominio e sottomissione a Stato e Mercato, a mercificazione dei territori e consumo della città e delle sue merci. Qui non sono solamente in gioco il passato, il presente e il futuro delle nostre città, ma la possibilità stessa di immaginare una terza via, una possibilità diversa, una realtà altra rispetto a quella in cui viviamo. La “normalità” del mercato va rispedita al mittente.

Per ora nulla di nuovo per questo mondo.

Soldi contro ideali, oppressori contro oppressi.

La scelta di campo appare, di giorno in giorno, sempre più scontata.

Presentazione Vademecum Legale contro gli Abusi in Divisa

Cucchi, Uva, Aldrovandi, Magherini sono cognomi che ultimamente sono emersi agli occhi dell’opinione pubblica attraverso le rubriche di cronaca nera. In comune hanno il fatto di essere stati ammazzati per mano di persone che indossavano una divisa; ma hanno in comune soprattutto il fatto di essere anomalie, nomi fuoriusciti da un sistema repressivo e di controllo che miete vittime invisibili e produce tortura: rappresentano la punta di un iceberg che non riusciamo a vedere ma che tuttavia ci riguarda tutti e tutte. Anche a Torino ultimamente si è manifestata in maniera palese la violenza poliziesca al fine di soffocare le voci di dissenso e di lotta. Sospensione dei diritti e stato di polizia sono la realtà che stiamo assaporando negli ultimi mesi. Il grado di arbitrarietà nello svolgimento delle funzioni di ordine pubblico è elevato e diverse sono le criticità legate ai meccanismi organizzativi di pubblica sicurezza. 

Giovedì 16 maggio presenteremo V.L.A.D, un vademecum che raccoglie consigli e saperi inerenti i diritti da far valere in caso si abbia a che fare con le forze dell’ordine. Sarà occasione di conoscenza e inoltre si terrà un dibattito con l’autore del progetto: Riccardo Bucci.

Chiunque volesse può già da adesso leggere VLAD online al seguente indirizzo: http://www.abusivlad.it/index.php/vademecum

Presentazione del libro “Prendiamoci la città”

 

 

Se in fabbrica si imparava a lottare insieme, una volta fuori gli operai tornavano spesso a essere soli o con le proprie famiglie, comunque costretti ad arrangiarsi in un territorio ostile. Relegati entro i confini fisici e mentali dei quartieri-ghetto, nelle periferie, stipati in edifici simili ad alveari, senz’aria né verde; oppure, se da poco immigrati, ammucchiati come sardine nelle case più vecchie, in soffitte, scantinati, pensioni e stabili fatiscenti. Non mancano i lager, con tanto di recinto, baracche e guardiani, quali sono i “centri sfrattati”. I nuovi quartieri sono costruiti in modo che nessuno si incontri, come avviene nei condomìni, dove i vicini di casa non si conoscono tra loro e a malapena si salutano. L’architettura e l’urbanistica, al servizio del capitale, ridisegnano una città in cui si vive ammassati, magari condividendo la stessa stanza e la stessa miseria, ma sovrastati dal sentimento di non avere niente in comune. Solo spostando la lotta dalla fabbrica alla città, portando fuori la forza della coscienza di classe che si era accumulata tra i muri delle fabbriche, facendola tracimare nelle strade, nei quartieri, per rompere quella solitudine di massa cui l’operaio tornava dopo il lavoro, solo così si sarebbero potute determinare le condizioni affinché i proletari riuscissero a immaginare e praticare altri modi di vita.

“Prendiamoci la città”. Non si trattava di fare la rivoluzione ma di costruirne un passaggio fondamentale, la saldatura tra fabbrica e territorio, in una prospettiva di lotta di lunga durata. Questo nostro lavoro di ricerca e documentazione, di cui teniamo a sottolineare il carattere anonimo e compartecipato – “La Barricata” può essere chiunque -, non vuole dare alcuna indicazione politica a chi oggi lotta sulla questione dell’abitare e dei “territori resistenti”. Nondimeno, siamo convinti che queste testimonianze di un passato irripetibile possano contribuire a riflettere sullo stato presente delle cose e sui possibili significati, quarant’anni dopo, del “prendersi la città”. Attraverso le interviste, i testi teorici, le foto di quegli anni si delinea un percorso in cui si passa da forme di “arrangiarsi” individuali all’azione politica collettiva. Lì si producono nuove forme di vita all’insegna dell’auto- (autorganizzazione, autonomia, autogestione); lì nascono basi/retrovie di resistenza e liberazione; lì l’autodifesa nella precarietà si trasforma in una forza che, fuoriuscendo dagli spazi che la città riserva alla marginalità, esige quanto serve, subito, e se lo prende. Registrare questo percorso, breve ma intenso, significa sottolineare una sua forza intrinseca che si sottrae all’usura del tempo.

https://prendiamocilacitta.noblogs.org/

 

Il daspo urbano: la trappola del decoro

[Riprendiamo questo articolo di Federica Graziani, pubblicato originariamente sul numero 60 della rivista “Gli asini”]

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Alla vigilia di Natale, davanti al cimitero di San Bernardo, a Lodi, due uomini litigano. Il bisticcio prosegue senza soluzione, si articola e si esaspera finché uno dei due finisce per chiamare il 112. Una pattuglia di polizia locale arriva sul posto e, tentando di venire a capo delle rimostranze reciproche, le compone spiccando una multa e un ordine di allontanamento dal luogo in cui si è svolto il fatto verso entrambi i contendenti.

Questa piccola parabola di Natale potrebbe avere per titolo “Tra i due litiganti la Questura gode” e sembrerebbe suggerire che i provvedimenti con cui la polizia urbana appiana i diverbi nel comune di Lodi – trecento euro di contravvenzione e due giorni di espulsione dalla zona in cui la condotta illecita è stata accertata – siano disposti da un giudice un po’ troppo salomonico e particolarmente affezionato alla conservazione della pace cittadina, costi quel che costi. Ma come è possibile che un semplice bisticcio sia sanzionato così pesantemente? Per capirlo, bisogna andare alle ragioni per cui quei due uomini di nazionalità nigeriana la mattina del 24 dicembre si trovavano davanti al cimitero: erano lì per chiedere l’elemosina a chi, in occasione delle festività, andava a trovare le tombe dei propri cari. Il litigio è nato per stabilire chi tra i due dovesse fermarsi a mendicare qualche soldo in una giornata e in un luogo che la tradizione millenaria dei culti religiosi lega all’elargizione di offerte e alle opere di carità. E non riuscendo a venire a capo di chi fra loro avesse maggior diritto nella sventura, uno dei due si rivolge a un diritto superiore, quello garantito dei tutori dell’ordine cittadino. Ma quella invocazione incontra il nuovo regolamento comunale, approvato dalla giunta di Lodi nel febbraio del 2018, che “nei luoghi soggetti a pubblico passaggio pedonale e veicolare” vieta di “infastidire in modo assillante i conducenti di veicoli e pedoni con richieste di denaro, anche previa offerta di oggetti e/o servizi”. Con le conseguenze, in caso di trasgressione, che i due questuanti – evidentemente all’oscuro di quel che sui giornali locali è passato come “regolamento anti-accattoni” – hanno saggiato: una sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 300 euro e l’ordine di allontanamento, quel che sulla stampa nazionale compare spesso sotto la dicitura di Daspo urbano.

Voce complessiva che battezza due diverse misure di castigo per condotte ritenute illecite, l’ordine di allontanamento e il divieto d’accesso, il Daspo deve il suo nome alla parentela con il Divieto di accesso alle manifestazioni sportive (D.a.spo., appunto). Quest’ultimo strumento, nato in seguito alla strage di Heysel – la tragedia avvenuta allo stadio di Bruxelles il 29 maggio 1985, poco prima dell’inizio della finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, dove in seguito ai disordini dei tifosi vi fu il crollo di un muro e di una scalinata che provocò 39 morti e oltre 600 feriti – fu sancito prima nella legislazione europea, per essere poi accolto in Italia nel 1989 e avere una lunga vita di perfezionamenti normativi fino alla legge Amato del 2007. La normativa sul Daspo vieta non solo l’accesso agli impianti dove si svolgono le manifestazioni sportive, ma anche a quei luoghi interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro che partecipano e assistono alle partite di calcio. Il Daspo consente al questore di comminare un periodo di proibizione ad assistere alle partite di calcio per un periodo variabile (da uno a cinque anni), con l’obbligo di firma in Questura durante lo svolgimento della partita. Attorno alla sua applicazione, come nel caso di altri dispositivi preposti al controllo negli stadi – basti pensare alla Tessera del tifoso – si sono sviluppate consistenti e fondate polemiche di natura garantista. E così attorno alle misure di Daspo urbano, previste dalle nuove norme di polizia urbana della città di Lodi e da tanti altri regolamenti dei diversi comuni italiani che hanno recepito le disposizioni di legge “a salvaguardia della sicurezza urbana e del decoro dell’ambiente urbano”. La storia delle attuali politiche di sicurezza, con il loro portato di diffusione e sviluppo di un lessico e di un’ottica di approccio organico e continuativo rispetto al tema, in Italia nasce in una data precisa. È il 1992, e a Bologna si raduna un gruppo di amministratori, giornalisti, ricercatori, operatori sociali che fonda una rivista, “Sicurezza e territorio”. Quella prima iniziativa, ancora solo editoriale, si proponeva il fine di “divulgare in Italia la più matura esperienza dell’Europa del nord e di contribuire ad attrezzare il personale politico-amministrativo dell’Emilia-Romagna al diffondersi anche nelle città italiane di una nuova, impellente, domanda sociale di sicurezza”. Trascorrono due anni e, nel 1994, la Regione Emilia Romagna decide di raccogliere gli stimoli culturali e politici di quella redazione avviando il progetto “Città Sicure”, esperienza pionieristica che vede convergere a Bologna i maitrés a penser nazionali della criminologia sociale. E che lega il tema della sicurezza a un pacchetto articolato di strumenti politici integrati, animati da tre principi fondanti: il valore del governo locale nelle politiche criminali e preventive, l’importanza di accogliere con serietà le paure della cittadinanza nei diversi contesti in cui si manifestano e la necessità di sostenere e includere i soggetti vulnerabili, più esposti al rischio di criminalità.

Negli anni successivi, dal 1995 al 2001, le iniziative di miglioramento della sicurezza si moltiplicano in diverse città italiane, soprattutto nei capoluoghi provinciali e regionali al nord e al centro della penisola, amministrati da coalizioni di centro-sinistra. A seguito, da un lato, della sempre più intensa domanda sociale di sicurezza e dell’importanza che il tema andava assumendo nelle campagne elettorali locali e, dall’altro, della legge 81 del 1993, che introduceva l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province da parte dei cittadini. Il livello di coinvolgimento delle amministrazioni locali nel governo della sicurezza urbana e il rapporto, nell’ambito delle politiche cittadine, tra diversi interventi di prevenzione e attività di controllo e sanzione si comporrà variamente, dando origine a esperienze diversificate e frastagliate. Ma il Governo italiano fatica ad accogliere le esigenze delle amministrazioni cittadine e i tentativi di sperimentare nuove forme di collaborazione tra i due soggetti rimangono spesso tali. La competizione tra autorità dello stato e autorità locali per la ridefinizione dei ruoli e delle responsabilità di ciascuno nell’amministrazione della sicurezza urbana prosegue con alterne vicende fino al 2008, quando la normativa in materia cambia radicalmente, dando ai sindaci poteri nuovi in qualità di “ufficiali di Governo”. Il 5 agosto di quell’anno l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni, approva il decreto “Incolumità pubblica e sicurezza urbana: definizione e ambiti di applicazione” e qui, per la prima volta, viene integrata nella legislazione nazionale la nozione di sicurezza urbana come “un bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa, nell’ambito delle comunità locali, del rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale”. La sicurezza, così lascamente definita, trova una delineazione più puntuale nella specificazione degli ambiti di intervento previsti per i sindaci. I primi cittadini sono chiamati a prevenire e contrastare cinque possibili scenari urbani: “a) le situazioni urbane di degrado o di isolamento che favoriscono l’insorgere di fenomeni criminosi, quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l’accattonaggio con impiego di minori e disabili e i fenomeni di violenza legati anche all’abuso di alcool; b) le situazioni in cui si verificano comportamenti quali il danneggiamento al patrimonio pubblico e privato o che ne impediscono la fruibilità e determinano lo scadimento della qualità urbana; c) l’incuria, il degrado e l’occupazione abusiva di immobili tali da favorire le situazioni indicate ai punti a) e b); d) le situazioni che costituiscono intralcio alla pubblica viabilità o che alterano il decoro urbano, in particolare quelle di abusivismo commerciale e di illecita occupazione di suolo pubblico; e) i comportamenti che, come la prostituzione su strada o l’accattonaggio molesto, possono offendere la pubblica decenza anche per le modalità con cui si manifestano, ovvero turbano gravemente il libero utilizzo degli spazi pubblici o la fruizione cui sono destinati o che rendono difficoltoso o pericoloso l’accesso a essi”.

La sicurezza urbana incontra il decoro e la loro sintesi di “beni giuridici onnivori” (così Carlo Ruga Riva), più che chiaramente afferrabili, aumenta a tal punto la confusione e la vaghezza degli interessi protetti da lasciare di fatto ai sindaci stessi la decisione sulle condotte da sanzionare. Se il testo di legge non spende che poche parole (e poco chiare) sui comportamenti indirettamente considerati propizi al crimine, molti sindaci risolvono l’impasse contenutistica emanando una sfilza di ordinanze che prendono di mira in primo luogo il consumo e la somministrazione di bevande alcoliche e le attività connesse alla prostituzione in aree pubbliche (si sanzionano l’intralcio alla circolazione del traffico cittadino o gli abbigliamenti che manifestano intenzioni di adescamento, non la contrattazione delle prestazioni sessuali a pagamento, che attualmente non costituisce fattispecie penale nel nostro ordinamento). Seguono poi i provvedimenti volti a contrastare i fenomeni di vandalismo e danneggiamento di patrimonio pubblico (come i graffiti), l’accattonaggio molesto, gli schiamazzi, l’abusivismo commerciale, il bivacco, i lavavetri, il consumo e lo spaccio di stupefacenti e i parcheggiatori abusivi. Un margine di manovra dai contorni sterminati, che indurrà più di un commentatore a definire le ordinanze sindacali come “fantasia giuridica al potere” e condurrà la Corte Costituzionale a sostenerne “l’incompatibilità con il quadro costituzionale che tutela la libertà individuale da limitazioni e abusi”. Le nuove competenze e gli ampissimi margini di intervento assicurati agli enti locali dal decreto Maroni spostano sempre di più il tema della sicurezza urbana al centro del dibattito pubblico. Ma quale accezione di sicurezza si inserisce nell’agenda politica italiana degli ultimi anni?

La prima associazione recepita ed enfatizzata – da larghissima parte dei mass media, dalla classe politica e dall’opinione pubblica – è quella tra sicurezza e criminalità, che fa della prima uno stato individuale e collettivo da tutelare dai rischi derivanti dalla seconda, intesa come devianza, fucina inesauribile di rischi e insidie. I luoghi che abitiamo, in particolare gli spazi urbani, sono insicuri: vi si compiono reati che minacciano l’incolumità dei beni e degli affetti e a compierli sono soggetti che appartengono quasi sempre a determinate categorie sociali che, quindi, costituiscono in sé un pericolo per la nostra sicurezza. La sicurezza, insomma, diventa urbana e si esprime in relazione alla manifestazione, e alle strategie di controllo, dei fenomeni criminali.

Eppure la quantità e la gravità di questi ultimi, nonostante le difficoltà nell’interpretazione dei dati che riguardano i tassi di criminalità1, registrano un continuo calo in Italia, dal Duemila a oggi. Come mai, allora, in assenza di un’emergenza reale, il discorso e le politiche pubbliche sulla sicurezza si sono legittimate legandosi all’allarme sociale intorno alla paura della criminalità? L’uso politico della paura della criminalità può essere piegato a sostenere diverse funzioni: di rappresentazione comune del problema della sicurezza, di coesione della collettività, di affermazione di nuovi poteri, di attribuzione di stigmi sociali a gruppi marginali. Le istituzioni parlano di sicurezza attraverso le strategie di intervento e gli indirizzi politici contenuti negli atti che emettono: per verificare come negli ultimi anni si sia privilegiato il lato della sicurezza percepita (e come il ricorso a essa abbia giustificato interventi sempre più duri in una pluralità di fenomeni urbani che non hanno nulla a che fare con la criminalità, e infatti sono sanzionati in quel recipiente viscerale e arbitrario che è il decoro) rivolgiamoci, come il questuante di Lodi, ancora alla legge.

Nel febbraio del 2017, il Governo Gentiloni produce un decreto normativo in grado di ridefinire ulteriormente il concetto di sicurezza urbana e di introdurre nuovi dispositivi per la sua tutela. Il nuovo testo, convertito in legge due mesi dopo, contiene un lessico e un’ispirazione che si pongono in perfetta continuità ideale con il decreto Maroni. All’articolo 4, si incontra la definizione di sicurezza urbana: “si intende per sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione, anche urbanistica, sociale e culturale, e recupero delle aree o dei siti degradati, l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la prevenzione della criminalità, in particolare di tipo predatorio, la promozione della cultura del rispetto della legalità e l’affermazione di più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile, cui concorrono prioritariamente, anche con interventi integrati, lo Stato, le Regioni e Province autonome di Trento e di Bolzano e gli enti locali, nel rispetto delle rispettive competenze e funzioni”. A nove anni dal decreto Maroni, la sicurezza è stabilmente un bene pubblico da tutelare, come ribadisce il Ministro dell’interno Marco Minniti nel corso della conferenza stampa che introduce i provvedimenti intrapresi in materia di immigrazione illegale e sicurezza urbana. Nella relazione governativa al decreto, viene riportato che “l’intervento nasce dalla sempre più avvertita esigenza di una riflessione sul concetto di sicurezza che soprattutto oggi caratterizza la condizione di complessità propria dei grandi centri urbani. La nuova società, ormai tendenzialmente multietnica, richiede infatti – unitamente ai necessari interventi di sostegno rivolti ai “nuovi consociati” – una serie di misure di rassicurazione della comunità civile globalmente intesa, finalizzate a rafforzare la percezione che le pubbliche istituzioni concorrono unitariamente alla gestione delle conseguenti problematiche, nel superiore interesse della coesione sociale”. La normativa mira quindi esplicitamente a rassicurare i cittadini sull’impegno che le varie articolazioni locali dello Stato assumono nel migliorare la loro percezione della sicurezza urbana. Nel contesto cittadino, dove i flussi migratori e la crescita della povertà provocano, secondo alcuni, un senso di insicurezza e di paura diffusa il Governo dispone nuove collaborazioni tra gli attori istituzionali perché la cittadinanza perbene dorma sonni tranquilli.

Innanzitutto, il sindaco diviene il responsabile e il gestore della disciplina posta a tutela del decoro di particolari luoghi della città. Come recita l’articolo 9 della legge Minniti, questi sono quelle “aree interne delle infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze”, con il che si intendono non soltanto i punti nevralgici della mobilità, ma anche le strutture secondarie e complementari, quali i vagoni dei convogli ferroviari, le carrozze della metropolitana o le pensiline di autobus e tram. Chiunque, dunque, “ponga in essere condotte che impediscono l’accessibilità e la fruizione delle predette infrastrutture, in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi ivi previsti, è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro 100 a euro 300. Contestualmente all’accertamento della condotta illecita, al trasgressore viene ordinato, nelle forme e con le modalità di cui all’art. 10, l’allontanamento dal luogo in cui è stato commesso il fatto”. Le norme possono estendersi anche ad “aree urbane su cui insistono scuole, plessi scolastici e siti universitari, musei, aree e parchi archeologici, complessi monumentali o altri istituti e luoghi della cultura o comunque interessati da consistenti flussi turistici, ovvero adibite a verde pubblico” – aree che dovranno essere individuate dai regolamenti di polizia urbana. I proventi delle sanzioni pecuniarie sono poi destinati a interventi di recupero del degrado urbano nel comune di riferimento. Il sindaco diviene insomma l’autorità competente a irrogare provvedimenti amministrativi a chi impedisca la fruizione di alcuni spazi pubblici, vietando di fatto ad alcuni cittadini di sostare in alcuni luoghi con gravissimo pregiudizio della libertà di circolazione, tutelata a livello costituzionale.

Oggi la sicurezza è tornata in auge fra le priorità governative in modo così spiccato da essere inserita in un testo che, ora come allora, è un decreto-legge, urgente e necessario, quindi rientra nel novero di quei procedimenti legislativi non animati da una distesa e completa discussione parlamentare. Il 28 novembre del 2018 Matteo Salvini, attuale Ministro dell’interno – ma lo dice “da cittadino italiano”, annuncia che il nuovo decreto sicurezza che “porterà più tranquillità, ordine, regole e serenità nelle città italiane” è diventato legge. Per quel che riguarda le norme in materia di sicurezza urbana non ci si discosta dal percorso tracciato dai precedenti legislatori. I poteri di sindaci, prefetti e questori in materia di decoro urbano e tutela dell’ordine pubblico sono aumentati e così le aree nelle quali si potrà comminare il Daspo urbano, comprendendo ora “presidi sanitari”, “esercizi pubblici e locali di intrattenimento” e quelle “aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati, pubblici spettacoli”. Tutti luoghi accomunati da un’intensa frequentazione di pubblico e dalla elevata funzione sociale che svolgono. Tra sanzioni sempre più severe contro i parcheggiatori abusivi e nuove misure per la sicurezza nei pubblici esercizi, è prevista anche l’introduzione del reato di esercizio molesto dell’accattonaggio. È punito con l’arresto da 3 a 6 mesi e l’ammenda da 3mila a 6mila euro “chiunque eserciti l’accattonaggio con modalità vessatorie o simulando deformità o malattie o attraverso il ricorso a mezzi fraudolenti per destare l’altrui pietà”, con conseguente sequestro dei proventi e delle cose servite o destinate a commettere l’illecito.

Di tutta la materia legislativa che si preoccupa di disciplinare la sicurezza e di tutelare il decoro urbano, importa evidenziare due aspetti. Il primo sono i soggetti colpiti dalle sanzioni. Chi sono quei cittadini che turbano, con il loro passaggio o con la loro sosta, le stazioni, le piazze, i centri storici delle città (il cui decoro e la cui sicurezza sono il bene da tutelare)? Senza fissa dimora, immigrati irregolari, tossicomani o alcolizzati, rom, persone affette da disagio psichico, ex detenuti, prostitute, ambulanti, parcheggiatori, giovani o meno giovani che “bivaccano”, mendicanti. Non solo quindi le disposizioni di legge aggravano i fenomeni dell’esclusione sociale “quasi che le persone in difficoltà non fossero anch’esse parte della comunità locale, ma soggetti da contenere anche fisicamente” (così l’appello di Antigone, Associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, contro il decreto Minniti). Ma è, d’altro canto, facile immaginare che poche delle persone contro cui si appunteranno le sanzioni pecuniarie in esame saranno in grado di pagare le multe imposte – il che comporta un notevole rischio che incorrano in imputazioni penali (come l’inosservanza di ordine dell’autorità) – e che molte di loro al divieto di allontanamento risponderanno semplicemente spostandosi in quelle zone periferiche della città che inevitabilmente diventeranno sempre meno governabili e sempre più soggette a conflitti sociali.
Il secondo aspetto riguarda lo spazio: il perimetro bulimico e insieme minuzioso di “sanzionabilità” dei cittadini che turbano il benessere della comunità si sovrappone al perimetro dicotomico delle città in cui la legge viene applicata. L’attenzione al decoro è infatti cresciuta di pari passo con il consolidamento dei processi di “gentrificazione” dei quartieri popolari che hanno subito diverse città d’Italia, e d’Europa. Processi volti a tutelare gli investimenti immobiliari e i flussi economici e turistici, piegando la destinazione d’uso degli spazi pubblici a esigenze di consenso e relegando la socialità e la coesione comunitaria all’interno degli spazi privati. La cosiddetta “ideologia del decoro” si sposa insomma con un un processo di privatizzazione dello spazio pubblico che intende imporre una regolamentazione disciplinare mirata a ridurre il senso di insicurezza delle comunità attraverso una influenza rovinosa sulle dinamiche di vittimizzazione.

Arriviamo al cuore del bene tutelato dalle leggi sulla sicurezza, il decoro. La definizione di decoro esprime “dignità che nell’aspetto, nei modi, nell’agire, è conveniente alla condizione sociale di una persona o di una categoria; si dice anche, per estens., d’altre cose, col significato più generico di dignità, sostenutezza, decenza e sim.”, e ancora “decorazione scenica, scenario”, fino a “ornamento, onore, lustro”. Il destino delle due radici che concorrono a determinare l’ambito concettuale del termine – la dignità e la correttezza, da un canto, e le qualità esteriori e ornamentali, dall’altro – sarà però ben diverso. Dopo una lunga tradizione che vede il decoro fra i principi cardine della retorica classica e delle teorie poetiche e teatrali, in cui designa l’opportunità di stile in un soggetto e ancora pare tenere insieme l’aspetto della correttezza sostanziale e quello della convenienza formale, il termine passa all’ambito sociale, e qui si lega alle nozioni di galateo e buone maniere, perdendo progressivamente ogni nesso con la sfera della dignità. I precetti del decoro pubblico tendono irresistibilmente a concentrarsi sui limiti del comportamento adeguato all’interno di una certa situazione, e il termine sopravvive in età moderna come segnale della conservazione di una certa decenza esterna. L’antico vincolo con la dignità come intimo e indimostrabile valore dell’uomo, come status che non dipende da alcuna scelta né azione, da nessuna qualità se non dal puro e semplice essere umani, è rotto. Il decoro citato nelle leggi a tutela della sicurezza è parola che ha perso ogni riferimento alla dignità quale cuore su cui si fonda l’intera costruzione dei diritti civili e della vita associata, valore fondante la Costituzione Italiana e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, due carte alla base dello sviluppo delle nostre società (e nelle quali il concetto di decoro non ricorre mai).
Nei diversi testi di legge sulla sicurezza la parola decoro è spesso accompagnata dall’aggettivo urbano. E il riferimento alla città è sempre più ricorrente anche nell’attuale contesto mediatico, quando si parla di decoro, il che attribuisce al termine un aspetto ulteriore. Come luogo comune della cultura architettonica e urbanistica occidentale, il decoro nasce con le parole di un Salmo: “Signore, ho amato il decoro della vostra casa, in cui voi fate la vostra dimora; e qui fate risplendere la vostra gloria”. Il versetto è recitato dai sacerdoti quando si lavano le mani all’altare. Il salmista e così il fedele non possono che amare Dio e la sua gloria. Gloria che abita nel tempio e che il tempio riflette, pur se mai adeguatamente. Il decoro dei luoghi nasce come capacità proiettiva, costitutivamente allusiva a valori altri. E infatti, nella tradizione, si presenta con una tale quantità di accezioni da risultare un contenitore aperto, capace di riflettere qualsiasi istanza – da quelle di fedeltà all’esperienza storica, nel senso della permanenza dei principi del mondo classico, a quelle moralistiche in cui rappresenta (letteralmente) i valori ideologici e sociali del contesto storico in cui si situa (come la dialettica tra centro e periferia nella città borghese, cui corrisponde spesso una discriminazione classista di residenza). Ed è proprio questa capacità di riflessione che consente al concetto di decoro urbano di modellarsi tanto in differenti canoni artistici e architettonici quanto nelle molteplici pratiche di manutenzione della città da parte dell’amministrazione locale. Il decoro urbano, a suon di disposizioni comunali e norme degli enti territoriali, si presta allora a essere l’elemento unificatore per disposizioni del tutto diverse: si incontreranno ordinanze che vanno dalla regolamentazione del traffico ai divieti di bivacco e di schiamazzi notturni, dall’interdizione al consumo di bevande alcoliche o di sostanze stupefacenti a quella di consumo di cibo all’ingresso dei monumenti cittadini, fino ai divieti di campeggio, di imbrattamento di muri con scritte e disegni realizzati a vernice, di bagni nelle vasche pubbliche, di ingresso e circolazione nei pubblici esercizi in costume da bagno o a torso nudo, di deiezioni in strada, di accattonaggio. Del concetto mutuato dall’urbanistica, allora, che esprimeva ancora un concetto estetico e morale, una qualità sociale della città che trovava il suo corrispondente nella responsabilità civile del cittadino nei confronti della collettività, che ambiva a istituire un parallelismo tra decoro e tensione etica e culturale della comunità urbana, rimangono l’involucro di una cosmesi tutta esteriore, una quantità di divieti che inducono a un rispetto dell’ambiente senza consapevolezza della sua complessità e una frattura – istituita per norma di legge – nell’armonica relazione tra la città e i suoi abitanti. E tra alcuni abitanti e alcuni altri, legame che al contrario costituisce il senso stesso di ogni progetto di città, di ogni legislazione e di ogni politica locale. Avvilire il gesto del chiedere, come è capitato ai due uomini di Lodi che si sono affidati a una giustizia che si è rivelata poco tale, monta l’indistinzione tra illegalità e disturbo, tra criminalità e disagio, tra reati e inciviltà fino a rendere la generosità miseria e la miseria delitto.

Sull’occupazione dell’ex Scuola Salvo D’Acquisto

Dopo 18 giorni di occupazione dell’ex Scuola Salvo D’Acquisto in via Tollegno 83, abbiamo deciso di mettere nero su bianco alcune riflessioni collettive sull’importanza, simbolica e concreta, che ci è sembrata assumere questa nuova esperienza all’interno dei mutamenti fisici e urbanistici della città.

 

Sulla scia dello slancio liberatore del maggio ’68, si è rapidamente sviluppata tutta una letteratura sul tema del «diritto alla città», teorizzato dal sociologo Henri Lefebvre e popolarizzato da una piccola borghesia intellettuale radicalizzata che percepiva nel «campo urbano» l’apertura di un «nuovo fronte» contro la dominazione borghese. Le «lotte urbane» condotte in quest’epoca contro i progetti di pianificazione della tecnocrazia o le operazioni immobiliari dei «mercanti della città» sembravano accreditare la legittimità di questa visione. Organizzati in comitati di utenti, consigli di residenti e altre associazioni di abitanti, sostenuti da militanti che si auguravano un’estensione o uno spostamento della contestazione dal campo del lavoro verso lo spazio urbano, numerosi cittadini facevano valere la loro volontà d’intervenire direttamente nel settore che fino ad allora era rimasto appannaggio dell’urbanesimo e dell’architettura. […] Lo slogan «cambiare la città per cambiare la vita» aprirà la strada a un imperversare di proposte per far «partecipare» gli abitanti al «miglioramento del proprio ambiente di vita». Si arriverà persino a raccomandare l’«auto-gestione» di quest’ultimo, in nome di un ampliamento della democrazia locale ritenuto indispensabile. Trascinati da questo flusso ideologico, alcuni architetti parleranno di «coinvolgere gli utenti» nella definizione e realizzazione di progetti urbani; i più radicali non esiteranno a riprendere la parola d’ordine usata dal collega egiziano Hassan Fahti in tutt’altro contesto: «Costruire con il popolo».

«Un nuovo fiore è sbocciato» ed è un fiore le cui radici sono storicamente ancorate a quello «slancio liberatore» che imperversava sul finire degli anni Sessanta: il primo progetto della scuola riporta la data 1968. Un progetto con grandi ambizioni architettoniche e pedagogiche, risvolto reale delle nuove forme di sperimentazione urbana e di organizzazione sociale che caratterizzavano quel periodo; un grande parco alberato, un atrio immenso, corridoi luminosi, piscine al coperto, palestre, auditorium, raccontano all’occhio di chi attraversa questo spazio il poderoso sforzo di immaginazione collettiva messo in piedi da un gruppo di architetti e pedagogisti al fine di costruire uno spazio di partecipazione e crescita, un luogo «senza spazi separati per favorire scambi tra alunni», «una scuola elementare sperimentale a tempo pieno». Ma se l’architettura, all’interno delle trasformazioni urbane, diviene strumento d’esercizio dell’ordine e «di un’arte del comandare», succede che la Scuola Salvo D’Acquisto viene chiusa e svenduta al miglior offerente. Ancora una volta storia passata e storia presente s’intrecciano in maniera inequivocabile.

In questo terreno impervio, il fiore di questa nuova occupazione sboccia, e ha tutta l’aria d’essere una di quelle esperienze che portano con sé degli importanti significati simbolici. Da un lato, in quanto occupazione di una scuola elementare post Asilo, richiama alla mente l’immagine, insieme allegorica e reale, di una crescita ed una maturazione delle pratiche di lotta e mobilitazione che, volente o nolente agli occhi della questura, sono state messe in campo negli ultimi mesi; una crescita ed una maturazione che hanno permesso inoltre di costruire numerosi momenti di riflessione e critica attorno ai conflitti urbani che ogni giorno viviamo. Subito dopo l’occupazione un compagno scherzava su un possibile slogan in vista del corteo del 30 marzo: «Dall’Asilo alla Scuola elementare: promoss*»; ed è evidente che qualcosa sia successo per davvero e questa nuova occupazione ne rappresenta il sintomo. Dall’altro lato, essa riassume simbolicamente un’esperienza di archeologia urbana, come d’altronde sono spesso le occupazioni, un’azione di scoperta e ri-scoperta delle rovine di questa città e in particolare delle scelte scellerate di questa amministrazione comunale che persevera nei suoi intenti urbani: la preoccupazione di disporre di spazi liberi che permettano la circolazione rapida di merci e l’impiego di dispositivi di sicurezza contro la rabbia sociale è all’origine del piano di abbellimento urbano adottato dalla giunta. La parola d’ordine resta, oggi come negli anni Sessanta e Settanta, lo spaccio di un’illusoria partecipazione alla costruzione politico-urbanistica della città attraverso progetti di «rigenerazione urbana» nelle periferie torinesi.

Evidentemente queste proclamazioni rimarranno, se non senza futuro, quantomeno senza conseguenze significative sulla divisione di ruoli tra, da una parte, i produttori dello spazio urbano, ovvero coloro che decidono e concepiscono, gli unici autorizzati a determinare, tra le altre cose, quali forme dovrà assumere la città nel futuro e, dall’altra parte, i consumatori, ovvero i comuni abitanti, invitati da una critica architettonica servile non solo ad accettare ma ad approvare, perfino ad applaudire i «grandi lavori» realizzati senza il loro avvallo. […] Nonostante gli sforzi fatti dalle autorità e dai loro media per far credere il contrario, il potere di intervento concesso al cittadino sulla qualità del paesaggio urbano non ha fatto che confermarlo e confinarlo nella condizione in cui è sempre stato: quella di spettatore. Oggi come ieri, l’arte di costruire rimane appannaggio dei principi, che siano manager globali, governanti nazionali o potenti locali, assistiti dagli architetti rinomati di cui si sono acquistati i servigi.

A tutto questo si vuole opporre l’esperienza di via Tollegno 83: negare l’impossibilità di decidere dello spazio urbano che quotidianamente viviamo e rilanciare con decisione la possibilità di rompere i confini spaziali ed esperienziali che ci vengono propinati con violenza, assumendosi la responsabilità decisionale in quartieri che sono costantemente terreno di guerra tra fasce povere della popolazione ingabbiate sempre più nel gioco-forza di attori pubblici, investitoti privati, speculatori immobiliari, innovatori sociali e storytellers creativi. Un luogo libero e liberato in un quartiere assediato, il quale vedrà a tal proposito, questo sabato 13 aprile, l’apertura del nuovo Mercato Centrale di Torino, gioiello tra i «progetti di pianificazione della tecnocrazia cittadina» nel quartiere di Aurora, un progetto classista ed elitario partorito dalla tragica mente innovatrice di Umberto Montano, mercante tra i «mercanti della città» e proprietario al momento del Mercato Centrale di Roma e Firenze. Vi invitiamo, quindi, a partecipare alle contro-iniziative che si terranno sabato sotto la tettoia dell’Orologio a Porta Palazzo.

Dunque, se le trasformazioni urbane, caratteristica autoritaria di «manager globali, governanti nazionali o potenti locali», diventano un momento di modificazione della percezione e delle pratiche quotidiane in senso violento e coercitivo, le esperienze di occupazione devono rimanere un momento di riappropriazione non solo degli spazi urbani-fantasma ma soprattutto della capacità di decidere in prima persona delle trasformazioni reali che ogni giorno innervano la vita cittadina. Non più solamente spettatori dei mutamenti pervasivi e persistenti dei quartieri ma produttori e creatori di percorsi alternativi che attraversino anche lo spazio di via Tollegno 83; non più spettatori dello svuotamento dei corpi e dei luoghi in favore di una libera circolazione di merci e consumo

Puro prodotto della separazione e della frammentazione della prassi umana sotto l’effetto della divisione capitalista del lavoro, la creazione architettonica viene giustamente considerata un’attività altamente specializzata riservata a una minoranza, per non dire a un’élite. Solo coloro con una formazione, conoscenza e capacità adeguate, possono oggi pretendere di plasmare l’ambiente costruito in cui i loro simili sono chiamati a vivere. È quindi necessario decidersi ad ammettere che la premessa, formulata da André Bernard e Philippe Garnier, secondo la quale «il potere di innovare, d’inventare, si trova nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, come potenzialità» non sarebbe applicabile alla produzione architettonica e, più in generale, a quella dello spazio abitato? Ammettere che, in definitiva, la complessità raggiunta oggi dall’attività costruttrice renda illusoria ogni speranza di riappropriazione popolare in questo campo? O non sarà piuttosto, come ogni volta che viene posto il problema della «complessità», un alibi per rendere impensabile l’idea stessa di una tale riappropriazione?

La risposta, per quanto riguarda noi, è semplice. È nato un nuovo spazio, libero e auto-organizzato, in cui poter porre tali domande a livello collettivo e, soprattutto, al di fuori delle linee di un testo. È nato un progetto, una speranza reale, una possibilità nel e per un quartiere di appropriarsi non solo di uno spazio ma di uno squarcio di immaginazione futura. Il nostro desiderio rimane quello di partecipare, di supportare, di collaborare, di trasformare giorno per giorno questa nuova realtà, affinché possa diventare uno spazio comune di lotta e condivisione, prendendo a carico la «complessità» che governa questo momento storico.

 

A.

 

Riferimenti:

Pre-concentramento ai giardini Pozzo (campus), in vista del corteo del 30 marzo

Carissim*, sabato c’è un corteo. Un corteo determinato che si pone l’obiettivo di bloccare la città, una città che per mesi è stata militarizzata, una città che cercando di cambiare pelle segue le uniche direttive del capitale e delle leggi del mercato; fregandosene dei più poveri o degli studenti. Aurora è stata una zona di guerra con check point; la zona universitaria un’ esposizione di multinazionali del fast food in mezzo a scuole superiori e palazzi accademici, la parte del libero scambio al Balon è sotto sgombero. Per chi non rimane indifferente di fronte agli scenari politici attuali, per chi sogna giustizia sociale, per chi non è solo un consumatore e il 30 marzo vuole partecipare alla manifestazione è stato pensato un luogo d’incontro che  permetterà di arrivare insieme al concentramento del corteo, così da evitare spiacevoli fermi e identificazioni. L’orario dell’appuntamento ? Le 13:30!  Dove? Ai giardini Vittorio Pozzo ( Campus Luigi Einaudi ).

Tra confini e frontiere, una politica dell’immaginario

[Riprendiamo questo articolo pubblicato originariamente su naven.altervista.org]

Alle sette di mattina di un martedì qualunque un serpente di automobili si snoda per diversi chilometri prima della dogana di Gaggiolo, al confine italo-svizzero. Sono i frontalieri; silenziosamente in coda, avanzano un metro alla volta per passare sotto la sbarra del Confine di Stato. Poco più in là, un’altra sbarra. Qui le macchine, evitando la lunga coda, passano veloci esibendo il pass dei residenti svizzeri. Percorsi diversi – obbligati – per lo stesso luogo. E’ la frontiera.

Le linee di demarcazione da cui siamo costantemente lambiti, siano esse visibili e/o invisibili, controllate, incustodite, tracciate sulla carta geografica o sulla carta d’identità [fisica o fisiognomica] sono da sempre i limiti – tutti umani – per mezzo dei quali si definiscono la creazione ed il mantenimento di differenze/status/possibilità o condizioni di pensabilità dell’esistente.
Riflessioni sui confini e sulle frontiere affollano da tempo dibattiti e studi su migrazioni e flussi di popolazioni, ma la questione – spesso – non vale solo per i popoli in cammino, che pure sono esemplificativi per descrivere questo sistema, la frontiera riguarda, in maniera assai differente l’uno dall’altra, l’amministrazione delle quotidianità di ogni essere umano.
Nel sistema-mondo per come si presenta oggi, un confine non è più il sistema di tracciati lineari statici [o mutevoli, durante un conflitto] definiti dagli stati-nazione e da essi soli contestabili, ma si dipana in una “costellazione puntiforme e mobile, costituita da dispositivi disseminati sul territorio e pronti ad attivarsi se sollecitati”. Reti che filtrano selettivamente i corpi stringendosi e allargandosi secondo le disposizioni del potere.

Una distinzione, anche solo teorica, sembra però necessaria. Da una parte il confine, in quanto limite [limes, nel suo significato di barriera, sia essa segnalata con un muro o esistente solo sulle carte; ad ogni modo esplicitato] definito dalla comunità internazionale o dalla giurisprudenza nazionale, e valido (in quanto riconoscibile) per tutti. Confine oggettivo [o oggettificato, dichiarato con segni & simboli, trattati internazionali, dichiarazioni unilaterali, statuti, regolamenti,…], di cui ne sono esempio i Confini di Stato, i limiti delle proprietà [singola, multipla, di dominium ex iure Quiritium, usofrutto, usocapione o usurpazione] le zone economiche speciali, i limiti giuridici e di azione/controllo/repressione concessi a un’autorità o a un ente piuttosto che a un altro (zone sottoposte a controllo militare diretto – nazionale o gestito da un ente sovranazionale -, aree di competenza di un corpo di polizia, territori occupati, domini coloniali, CTR, CPR, CIE, CARA, CPA,…). Dall’altra, una definizione molto più ambigua e impalpabile: quella di frontiera. Ciò che presuppone questo termine è l’esistenza di una barriera invisibile [ma non per questo meno percepibile], che sottende una differenza di gradiente di concentrazione da una parte all’altra, regolata attraverso una membrana semi-permeabile, le cui infinite maglie si basano sulla complessa somma e sovrapposizione delle qualità del soggetto, le quali variano – ovviamente – a seconda del contesto. Se il confine esiste a prescindere che si interagisca con esso, la frontiera nasce dalla relazione che si viene a istaurare tra il singolo e il carattere di permeabilità che ogni confine ha – in quanto barriera selezionatrice – e presuppone dunque una riflessione circa le condizioni e i requisiti che permettono [o meno] il suo superamento. Per questo le frontiere possiedono quei caratteri di soggettività che ne fanno una caratteristica inscritta nei corpi dei singoli [identificati da caratteristiche e qualità]. La frontiera non è né immobile, né uguale per tutti, ce la trasciniamo dietro incisa sulla pelle o sul passaporto, sul conto in banca o nella nostra cultura, nei sogni e nei bi-sogni. Se il confine è il signum, il semplice solco inciso da Romolo nella nuda terra, la frontiera è il sacro pomerio e tutto ciò che presuppone attraversare quel sottile tracciato. E allora sono frontiere i tornelli del metrò, che filtrano solamente i futuri passeggeri che dispongono delle qualitànecessarie al loro attraversamento [in questo semplice caso, il biglietto]; le moschee, il cui accesso spesso richiede una qualità più difficilmente acquistabile: la fede musulmana; i luoghi pubblici e/o privati che presuppongono un abbigliamento consono [esplicitamente o implicitamente/culturalmente suggerito], uno status o un incarico (la camera dei deputati), l’appartenenza ad un gruppo sociale/economico/politico (il CDA di un gruppo aziendale, una riunione di partito) o ancora ad una classe lavorativa (l’ufficio professori del liceo, i bagni riservati al personale) oppure il possesso di talune competenze tecniche accertate (le cabine di un aereo, una sala di chirurgia d’urgenza).
Una serie di fattori porta alla balcanizzazione dello spazio del vissuto [la maggior parte del quale ci è comunemente precluso] e alla scrematura degli accessi in base a specifiche qualità.

  • La volontà capitalista di sfruttamento di ogni frazione dell’esistente, supportata da tecnologie di giorno in giorno sempre più avanzate, ha portato a una saturazione giuridica della spazialità, all’interno della quale non esistono più luoghi che scappano al controllo di uno o più enti definiti. Le poche forme di resistenzavengono più /o/ meno violentemente represse e ricondotte alla gestione statale/sovra-statale/privata.
  • E’ evidente come i confini non abbiano soltanto il ruolo di creare disparità di accesso alle frammentazioni dello spazio, ma siano veri e propri dispositivi centraliper l’articolazione dello spazio e del tempo. I confini, rallentando e/o impedendo il passaggio, dilatano e contraggono lo spazio/tempo [rompendone il rapporto di proporzionalità], lo modificano e lo riscrivono. Le infrastrutture di trasporto e i sistemi di controllo gestiscono la geografia degli spazi abitati, le abitudini dei pendolari, le molarità dei flussi lavorativi, le ridefinizioni del paesaggio, delle culture, dei rapporti. I muri e i dispositivi di controllo da Israele a Cipro, da Ceuta al Messico piegano e plasmano il concetto di spazio e di tempo secondo le esigenze del biopotere, sostituendo i confini naturali con barriere semipermeabili mobili o semi-mobili.
  • Queste barriere semipermeabili sono soggettivamente inscritte nei corpi. Le frontiere che ci attraversano diventano ipersoggettivateipersoggettivanti (in quanto sono definite da/definiscono l’insieme di quelle qualità, spesso immodificabili, che ognuno possiede o – più spesso – non possiede, che determinano il superamento delle barriere) ed incollate addosso a migranti, lavoratori, poveri & in-qualificati vari attraverso definizioni di status [clandestino, sans papier, senza titolo, patente, diploma e affini].
  • I confini materializzati, le strutture architettoniche o la consapevolezza sociale di barriere invisibili [spesso ancor più selettive], plasma gli spazi urbani creando zone di esclusività (quartieri per ricchi, zone commerciali esclusive, ma anche giunglecoree). La frontiera assume allora una funzione socialmente strutturante, legando a doppio filo lo spazio alla classe/status/accesso [che potrebbero anche essere classi qualitative, se non fosse che l’estrema soggettività di queste qualità non permette un’organizzazione classificatoria].
  • Ciò che ogni frontiera sottende, sono però le condizioni di pensabilitàdel suo attraversamento, “come pensare” il passaggio della linea. Ora forse qualcuno dei nostri lettori potrebbe senza troppe difficoltà immaginarsi di prendere un aereo da Milano a New York, o – per chi può – addirittura un jet privato, per essere dalla parte opposta dell’emisfero in una manciata di ore. Questa breve fantasia non rientra però tra le “condizioni di pensabilità” di un sudanese o siriano in fuga da scenari di guerra. Ciò che è insito nel concetto di frontiera è dunque anche la condizione di pensabilità del suo superamento, l’insieme di pre-requisiti che permettono di ottenere quelle qualità (nel primo caso un biglietto aereo, un passaporto valido e un visto americano; nel secondo un aereo privato con pilota & annessi) necessarie [ma spesso non sufficienti] al suo attraversamento.

 

Su un muro a Venezia, a pochi passi dal carcere di Santa Maria Maggiore nel Sestriere di Santa Croce, una scritta semicancellata ammoniva i passanti: ogni sbirro è una frontiera.
Frontiere mobili si aggirano nel nome della sicurezza strutturando le nostre quotidianità e creando una rete capillare in grado di arrivare ovunque ridefinendosi e adattandosi continuamente di fronte alle forme di ribellione. Come combattere il potere? Strumenti certi non ve ne sono e c’è chi giurerebbe che è fatica sprecata. Ma non è da tutti adattarsi allo Stato dell’Esistenza. Distruggere fisicamente le maglie della rete è praticamente impossibile [ne sono esempio alcuni episodi eclatanti di insurrezione – i più disparati nella storia – variamente ricondotti alla norma, o repressi tra le più atroci crudeltà], è necessario mettere in campo tutte le intelligenze, le astuzie, i legami, la solidarietà. Ma non solo. Come si è detto “poter pensare” il superamento di un muro, attraversare una frontiera è necessario almeno quanto il travalicamento fisico dello stesso. Ripartire allora dalla narrazione di chi ce l’ha fatta, creare crepe per dimostrare che aprire falle nel meccanismo si può, che il potere non è onnisciente, indistruttibile ed eterno. Ogni trasgressione alla norma è exemplum, è nelle microfratture della realtà che si può vincere, nelle agency che ognuno mette in campo per affrontare il quotidiano. Certo, così facendo, le reti si stringeranno ancora di più, gli strumenti del potere investiranno maggiori risorse per chiudere quei buchi che sono stati rivelati, ma forse allora quelle stesse forze – spostandosi – ne apriranno altri. O forse ancora, più semplicemente, tutto sarà diventato talmente intollerabile che varrà la pena rischiare ogni cosa.

Indesiderati ad Aurora

 

“Stabbone Rocc, stabbone tutt la rocc”

Così recita un tipico detto abruzzese. Dall’alto della sua posizione privilegiata, Rocco, non si occupa dei problemi degli altri concittadini e dirige la città esclusivamente secondo le sue esigenze.

Pezzi di città cambiano, con violenza, in processi decennali e repentine accelerazioni. Aumenta il costo della vita in una determinata zona e gli immobili acquisiscono valore; un profitto irrinunciabile. Vengono sgomberati spazi sociali e di libero scambio, cambiano gli abitanti. Il centro è dei ricchi e per i ricchi.

Le disuguaglianze sociali sono ingiuste ed odiose, da un capo all’altro del mondo e dentro le nostre città. I processi di gentrificazione, come quello che interessa il quartiere di Aurora, devono diventare un campo di conflitto sociale che consenta di aggredire il sistema per portare i poveri a far valere le proprie condizioni, ribaltando lo stato attuale delle cose.