L’ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA!

Solidarietà da Torino ad Antonin e ai compagni e le compagne in carcere!
L’antifascismo non si processa!
————————————————————————————

Repost da Action Antifasciste Paris-Banlieu sui fatti delle ultime settimane:

COMUNICATO – DETENZIONE DEI MILITANTI ANTIFASCISTI (FRANCIA) All’inizio della settimana scorsa, alcun* militant* si sono scontrati con dei fascisti appartenenti ai gruppi Génération identitaire, le Zouaves di Parigi e la Milizia Parigi. Scacciati dalla strada, i fascisti hanno sporto denuncia! Questo ha portato all’arresto, la messa in stato d’accusa e l’incarcerazione dei militant* antifascist*. Senza sorpresa, nessuno tra i fascisti è invece indagato. Gli antifascisti sono ancora una volta presi di mira da un’accanimento giudiziario che s’iscrive nel contesto della crescente criminalizzazione dei movimenti sociali. Da qualche anno, la figura del “antifa” è d’altronde al cuore non solo della repressione statale, ma anche di una narrazione mediatica sempre più delirante. Non è un caso che siano proprio gli antifascisti, numeros* a prendere parte al movimento dei Gilets Gialli – che oggi subisce una repressione poliziesca massiccia – a essere ancora una volta nel mirino della repressione. Gli ultimi mesi di mobilitazione ci hanno ricordato l’importanza di riaffermare con forza l’antirazzismo nelle nostre lotte. Mobilitiamoci tutti e tutte nelle piazze, nelle rotonde e in tutti gli spazi del movimento per rinforzare la solidarietà e le nostre alleanze a fronte della repressione!
Link: https://m.facebook.com/AFAPB/

Quando è la povertà a dare fastidio

Che il mondo sia diventato un immenso mercato a cielo aperto, un’agorà consumistica, è sotto gli occhi di tutti. Che ogni piazza, ogni strada, ogni via, ogni spazio si sia trasformato in una messinscena della merce, anche questo, è evidente a tutti. Che ogni momento della vita sia scandito dal consumo diretto della merce o dalla sua illusoria necessità, anch’esso è alla portata di tutti. Eppure qualcosa non torna. Se è vero, infatti, che il tentativo di allargare la produzione di mezzi di consumo e di imporre la diffusione globale e totale dei modelli di consumo occidentali sta colpendo le città di tutta Italia, da Torino a Bologna, da Verona a Napoli, sotto i colpi sferzanti della gentrificazione, rimane altrettanto vero che le vittime di tale processo rimangono sempre le stesse, le fasce più deboli della società civile: poveri e immigrati. Siamo ancora una volta di fronte ad una questione di classe.

A Torino, il quartiere Aurora è da diversi anni oppresso dalle forze congiunte di attori pubblici, investitoti privati, speculatori immobiliari, innovatori sociali e storytellers creativi, tutti impegnati a rendere il quartiere un posto più vivibile, più sicuro e più decoroso. A tal fine si sgomberano spazi sociali, si sfrattano luoghi di libero scambio, si cacciano gli indesiderati. Perché Aurora è diventato, ad un tratto, un quartiere su cui investire, un quartiere con abbondanti potenzialità, un quartiere invidiabile e così vicino al centro, a quel centro in cui poveri e immigrati non mettono piede se non per portare lavoro espresso in manodopera e bassa manovalanza. Valorizzare, riqualificare, rivitalizzare, rigenerare, questi i nomi che vengono dati a tale processo. Noi, per conto nostro, lo chiamiamo saccheggio e devastazione di un quartiere.

Saccheggio e devastazione sono pratiche che, ad oggi, stanno portando avanti questura e comune nel quartiere di Aurora e non solo; il tentativo di deportare parte dei mercatari del Balon, sorte che tocca stranamente la fascia più umile del mercato – la zona di Canale Molassi -, e lo sgombero dell’Asilo occupato sono solo alcuni esempi, forse i più lampanti, del tentativo di saccheggiare e devastare un quartiere intero sotto i colpi della riqualificazione. «Con il termine saccheggio si intende quell’azione di furto collettiva in eventi extraordinari come guerre, terremoti, disastri naturali, manifestazioni»: la guerra ai poveri, ai quartieri più in difficoltà, ad Aurora, è l’evento extraordinario; l’azione di furto collettiva è quella del comune a braccetto con questura, procura e privati con interessi speculativi. «Il devastare, e più spesso l’effetto, la rovina apportata; per estensione, lo stato di squallore e di desolazione»: uno stato di squallore, rovina e devastazione che hanno lasciato nel quartiere, nella città e nell’animo di tuttx.

Quello che sta accadendo è fondamentalmente lo svuotamento all’interno del quartiere degli spazi e delle soggettività non conformi, a-normali, in virtù di un riempimento propriamente fisico di merci e di consumatori facoltosi. Ma quello che più salta all’occhio è, da un lato, il principio di mercificazione ad alto rendimento di questi stessi spazi e, dall’altro, la mercificazione dei rapporti sociali; si sta colpendo, infatti, il cuore della socialità diversa, altra; quello che la sociologia contemporanea ama chiamare capitale sociale. Il paradosso reale diviene quello di un mercato già stabilmente sedimentato nel territorio, con processi in atto di mutuo appoggio informale da parte di una certa fascia della cittadinanza, che viene disgregato, non per essere sostituito, bensì per rimanere mercato, ma un altro genere di mercato: non più “dei poveri per i poveri”, ma un mercato-macchina ad alta efficienza di accumulo di capitali. La necessità diviene quella di svuotare e ri-rempire questi spazi, c’è bisogno di deportare la parte meno efficiente e produttiva di questa stessa fascia di popolazione e sostituirla con una popolazione che produca e soprattutto consumi con più alta efficienza. Sotto le mentite spoglie della riqualificazione si cela un’elitarizzazione di un quartiere perché, quando è la povertà a dare fastidio, la soluzione è l’emarginazione sociale, violenta e irrevocabile almeno tanto quanto la decisione che è stata presa dall’amministrazione comunale.

Il momento presente è già quello dell’autodistruzione dell’ambiente urbano. L’esplosione del centro delle città sulle periferie è dettata, in modo immediato, dagli imperativi del consumo. La dittatura della riqualificazione, prodotto-pilota dell’ultima fase dell’abbondanza mercantile, si è iscritta nel terreno con il dominio della gentrificazione, che sconvolge le vecchie periferie ed esige una dispersione sempre più estesa. Nello stesso tempo, i momenti di riorganizzazione incompiuta del tessuto urbano si polarizzano transitoriamente attorno a quelle «fabbriche di distribuzione» della cultura, del food e del turismo che sono rispettivamente la Scuola Holden, aperta nel 2013, il Mercato Centrale, appena inaugurato, e WeGastameco, ostello di lusso di prossima apertura, giganti edificati in terreno periferico, sul quartiere-cuscinetto di Aurora. Questi templi del consumo precipitoso sono essi stessi in fuga nel movimento centrifugo, verso la periferia, respinti più lontano via via che divengono a loro volta dei centri secondari sovraccarichi. Ma l’organizzazione tecnica del consumo non è che l’avanguardia di quel processo di dissoluzione generale, chiamato gentrificazione, che ha condotto la città a consumare sé stessa.

Tutti questi processi di colonizzazione pioneristica delle periferie, ad opera di facoltosi magnati e speculatori visionari, non fanno altro che costruire e consolidare quell’orizzonte di “normalità” tanto agognato dalla giunta Appendino. Nell’ottica dell’attuale gestione politica della città rendere “normali” i quartieri significa sottrarre alla vista dei più abbienti che li abitano, o piuttosto li abiteranno, le bolle di povertà. La scelta rimane “irrevocabile”: i poveri vanno deportati dal territorio e, soprattutto, bisogna negare loro, e a chiunque solidarizzi, ogni forma di partecipazione all’agone politico. Tale pianificazione disciplinante dei territori permette di delineare il quadro di “normalità” esplicitamente richiesto dal processo stesso di dissoluzione urbanistica; esso, da un lato, prevede la corresponsabilità tra amministrazione comunale e ricchi privati in cerca di investimenti e, dall’altro, una popolazione assoggettata e condiscendente. Così, in questo lavoro quotidiano di soggettivazione dell’apparato sociale nei quartieri più umili, ogni atto non coerente alle logiche del mercato è inteso come un grave atto di insurrezione e, in quanto tale, da reprimere. Questa è la “normalità” che ci propinano. La “normalità” di annichilire e demolire il dissenso, ogni pratica e atto di insubordinazione possibile, ogni ipotetico fastidio arrecato agli interessi della merce sovrana, ogni voce fuori dal coro, ogni possibilità di pensiero altro, di costruzione di alternative, di variazioni, lacerazioni, deviazioni dal progetto comune di dominio e sottomissione a Stato e Mercato, a mercificazione dei territori e consumo della città e delle sue merci. Qui non sono solamente in gioco il passato, il presente e il futuro delle nostre città, ma la possibilità stessa di immaginare una terza via, una possibilità diversa, una realtà altra rispetto a quella in cui viviamo. La “normalità” del mercato va rispedita al mittente.

Per ora nulla di nuovo per questo mondo.

Soldi contro ideali, oppressori contro oppressi.

La scelta di campo appare, di giorno in giorno, sempre più scontata.

Sull’occupazione dell’ex Scuola Salvo D’Acquisto

Dopo 18 giorni di occupazione dell’ex Scuola Salvo D’Acquisto in via Tollegno 83, abbiamo deciso di mettere nero su bianco alcune riflessioni collettive sull’importanza, simbolica e concreta, che ci è sembrata assumere questa nuova esperienza all’interno dei mutamenti fisici e urbanistici della città.

 

Sulla scia dello slancio liberatore del maggio ’68, si è rapidamente sviluppata tutta una letteratura sul tema del «diritto alla città», teorizzato dal sociologo Henri Lefebvre e popolarizzato da una piccola borghesia intellettuale radicalizzata che percepiva nel «campo urbano» l’apertura di un «nuovo fronte» contro la dominazione borghese. Le «lotte urbane» condotte in quest’epoca contro i progetti di pianificazione della tecnocrazia o le operazioni immobiliari dei «mercanti della città» sembravano accreditare la legittimità di questa visione. Organizzati in comitati di utenti, consigli di residenti e altre associazioni di abitanti, sostenuti da militanti che si auguravano un’estensione o uno spostamento della contestazione dal campo del lavoro verso lo spazio urbano, numerosi cittadini facevano valere la loro volontà d’intervenire direttamente nel settore che fino ad allora era rimasto appannaggio dell’urbanesimo e dell’architettura. […] Lo slogan «cambiare la città per cambiare la vita» aprirà la strada a un imperversare di proposte per far «partecipare» gli abitanti al «miglioramento del proprio ambiente di vita». Si arriverà persino a raccomandare l’«auto-gestione» di quest’ultimo, in nome di un ampliamento della democrazia locale ritenuto indispensabile. Trascinati da questo flusso ideologico, alcuni architetti parleranno di «coinvolgere gli utenti» nella definizione e realizzazione di progetti urbani; i più radicali non esiteranno a riprendere la parola d’ordine usata dal collega egiziano Hassan Fahti in tutt’altro contesto: «Costruire con il popolo».

«Un nuovo fiore è sbocciato» ed è un fiore le cui radici sono storicamente ancorate a quello «slancio liberatore» che imperversava sul finire degli anni Sessanta: il primo progetto della scuola riporta la data 1968. Un progetto con grandi ambizioni architettoniche e pedagogiche, risvolto reale delle nuove forme di sperimentazione urbana e di organizzazione sociale che caratterizzavano quel periodo; un grande parco alberato, un atrio immenso, corridoi luminosi, piscine al coperto, palestre, auditorium, raccontano all’occhio di chi attraversa questo spazio il poderoso sforzo di immaginazione collettiva messo in piedi da un gruppo di architetti e pedagogisti al fine di costruire uno spazio di partecipazione e crescita, un luogo «senza spazi separati per favorire scambi tra alunni», «una scuola elementare sperimentale a tempo pieno». Ma se l’architettura, all’interno delle trasformazioni urbane, diviene strumento d’esercizio dell’ordine e «di un’arte del comandare», succede che la Scuola Salvo D’Acquisto viene chiusa e svenduta al miglior offerente. Ancora una volta storia passata e storia presente s’intrecciano in maniera inequivocabile.

In questo terreno impervio, il fiore di questa nuova occupazione sboccia, e ha tutta l’aria d’essere una di quelle esperienze che portano con sé degli importanti significati simbolici. Da un lato, in quanto occupazione di una scuola elementare post Asilo, richiama alla mente l’immagine, insieme allegorica e reale, di una crescita ed una maturazione delle pratiche di lotta e mobilitazione che, volente o nolente agli occhi della questura, sono state messe in campo negli ultimi mesi; una crescita ed una maturazione che hanno permesso inoltre di costruire numerosi momenti di riflessione e critica attorno ai conflitti urbani che ogni giorno viviamo. Subito dopo l’occupazione un compagno scherzava su un possibile slogan in vista del corteo del 30 marzo: «Dall’Asilo alla Scuola elementare: promoss*»; ed è evidente che qualcosa sia successo per davvero e questa nuova occupazione ne rappresenta il sintomo. Dall’altro lato, essa riassume simbolicamente un’esperienza di archeologia urbana, come d’altronde sono spesso le occupazioni, un’azione di scoperta e ri-scoperta delle rovine di questa città e in particolare delle scelte scellerate di questa amministrazione comunale che persevera nei suoi intenti urbani: la preoccupazione di disporre di spazi liberi che permettano la circolazione rapida di merci e l’impiego di dispositivi di sicurezza contro la rabbia sociale è all’origine del piano di abbellimento urbano adottato dalla giunta. La parola d’ordine resta, oggi come negli anni Sessanta e Settanta, lo spaccio di un’illusoria partecipazione alla costruzione politico-urbanistica della città attraverso progetti di «rigenerazione urbana» nelle periferie torinesi.

Evidentemente queste proclamazioni rimarranno, se non senza futuro, quantomeno senza conseguenze significative sulla divisione di ruoli tra, da una parte, i produttori dello spazio urbano, ovvero coloro che decidono e concepiscono, gli unici autorizzati a determinare, tra le altre cose, quali forme dovrà assumere la città nel futuro e, dall’altra parte, i consumatori, ovvero i comuni abitanti, invitati da una critica architettonica servile non solo ad accettare ma ad approvare, perfino ad applaudire i «grandi lavori» realizzati senza il loro avvallo. […] Nonostante gli sforzi fatti dalle autorità e dai loro media per far credere il contrario, il potere di intervento concesso al cittadino sulla qualità del paesaggio urbano non ha fatto che confermarlo e confinarlo nella condizione in cui è sempre stato: quella di spettatore. Oggi come ieri, l’arte di costruire rimane appannaggio dei principi, che siano manager globali, governanti nazionali o potenti locali, assistiti dagli architetti rinomati di cui si sono acquistati i servigi.

A tutto questo si vuole opporre l’esperienza di via Tollegno 83: negare l’impossibilità di decidere dello spazio urbano che quotidianamente viviamo e rilanciare con decisione la possibilità di rompere i confini spaziali ed esperienziali che ci vengono propinati con violenza, assumendosi la responsabilità decisionale in quartieri che sono costantemente terreno di guerra tra fasce povere della popolazione ingabbiate sempre più nel gioco-forza di attori pubblici, investitoti privati, speculatori immobiliari, innovatori sociali e storytellers creativi. Un luogo libero e liberato in un quartiere assediato, il quale vedrà a tal proposito, questo sabato 13 aprile, l’apertura del nuovo Mercato Centrale di Torino, gioiello tra i «progetti di pianificazione della tecnocrazia cittadina» nel quartiere di Aurora, un progetto classista ed elitario partorito dalla tragica mente innovatrice di Umberto Montano, mercante tra i «mercanti della città» e proprietario al momento del Mercato Centrale di Roma e Firenze. Vi invitiamo, quindi, a partecipare alle contro-iniziative che si terranno sabato sotto la tettoia dell’Orologio a Porta Palazzo.

Dunque, se le trasformazioni urbane, caratteristica autoritaria di «manager globali, governanti nazionali o potenti locali», diventano un momento di modificazione della percezione e delle pratiche quotidiane in senso violento e coercitivo, le esperienze di occupazione devono rimanere un momento di riappropriazione non solo degli spazi urbani-fantasma ma soprattutto della capacità di decidere in prima persona delle trasformazioni reali che ogni giorno innervano la vita cittadina. Non più solamente spettatori dei mutamenti pervasivi e persistenti dei quartieri ma produttori e creatori di percorsi alternativi che attraversino anche lo spazio di via Tollegno 83; non più spettatori dello svuotamento dei corpi e dei luoghi in favore di una libera circolazione di merci e consumo

Puro prodotto della separazione e della frammentazione della prassi umana sotto l’effetto della divisione capitalista del lavoro, la creazione architettonica viene giustamente considerata un’attività altamente specializzata riservata a una minoranza, per non dire a un’élite. Solo coloro con una formazione, conoscenza e capacità adeguate, possono oggi pretendere di plasmare l’ambiente costruito in cui i loro simili sono chiamati a vivere. È quindi necessario decidersi ad ammettere che la premessa, formulata da André Bernard e Philippe Garnier, secondo la quale «il potere di innovare, d’inventare, si trova nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, come potenzialità» non sarebbe applicabile alla produzione architettonica e, più in generale, a quella dello spazio abitato? Ammettere che, in definitiva, la complessità raggiunta oggi dall’attività costruttrice renda illusoria ogni speranza di riappropriazione popolare in questo campo? O non sarà piuttosto, come ogni volta che viene posto il problema della «complessità», un alibi per rendere impensabile l’idea stessa di una tale riappropriazione?

La risposta, per quanto riguarda noi, è semplice. È nato un nuovo spazio, libero e auto-organizzato, in cui poter porre tali domande a livello collettivo e, soprattutto, al di fuori delle linee di un testo. È nato un progetto, una speranza reale, una possibilità nel e per un quartiere di appropriarsi non solo di uno spazio ma di uno squarcio di immaginazione futura. Il nostro desiderio rimane quello di partecipare, di supportare, di collaborare, di trasformare giorno per giorno questa nuova realtà, affinché possa diventare uno spazio comune di lotta e condivisione, prendendo a carico la «complessità» che governa questo momento storico.

 

A.

 

Riferimenti:

Indesiderati ad Aurora

 

“Stabbone Rocc, stabbone tutt la rocc”

Così recita un tipico detto abruzzese. Dall’alto della sua posizione privilegiata, Rocco, non si occupa dei problemi degli altri concittadini e dirige la città esclusivamente secondo le sue esigenze.

Pezzi di città cambiano, con violenza, in processi decennali e repentine accelerazioni. Aumenta il costo della vita in una determinata zona e gli immobili acquisiscono valore; un profitto irrinunciabile. Vengono sgomberati spazi sociali e di libero scambio, cambiano gli abitanti. Il centro è dei ricchi e per i ricchi.

Le disuguaglianze sociali sono ingiuste ed odiose, da un capo all’altro del mondo e dentro le nostre città. I processi di gentrificazione, come quello che interessa il quartiere di Aurora, devono diventare un campo di conflitto sociale che consenta di aggredire il sistema per portare i poveri a far valere le proprie condizioni, ribaltando lo stato attuale delle cose.